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2003?
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Ugo Borsatti
Trieste
1953
I fatti di novembre
Note dell'autore
Nello stilare queste brevi note sul
libro che racconta i fatti del novembre 1953, non posso fare a meno di ricordare
quello che ho provato, due anni or sono, quando mi venne offerta l’opportunità
di pubblicare Croazia
1944, diario di guerra di un diciassettenne. Fu per me una grande
soddisfazione, cui aspiravo da oltre cinquant’anni, il poter render noto,
non tanto quanto da me provato, rischiato e sofferto in quei lontani mesi di
guerra, ma soprattutto un tragico fatto, una strage, fino ad allora sconosciuta,
avvenuta sulle montagne del Gorski Kotar, pochi mesi prima della fine della
guerra.
Una “soluzione finale” non paragonabile, fatte le dovute proporzioni
numeriche, nemmeno a quelle avvenute nei campi nazisti, con l’eliminazione
“totale” dei prigionieri, costretti senza colpa, fino alla morte,
a duri lavori forzati. Anche se la stesura del libro sulla Croazia sarebbe stata
tecnicamente semplice (si trattava in pratica di trasferire in “bella
copia” gli appunti meticolosamente segnati giorno dopo giorno nel mio
diario), il rivivere quei drammatici momenti, le sevizie, le angosce, le paure
provate in quelle lontane giornate di prigionia fu una cosa che mi provò
profondamente. Le parole, le annotazioni anche succinte del diario, mi fecero
tornare indietro di tanti anni e riprovare tante dolorose sensazioni: mi apparvero
i volti, mi sembrò di risentire le voci dei miei sfortunati compagni,
uccisi senza colpa e sepolti non si sa dove, senza una croce, senza un simbolo
che li ricordi, mentre io e pochissimi altri fortunati riuscivamo a fuggire
e a salvare la vita. Oggi, ancora una volta, mi accingo a raccontare un drammatico
evento, anche questo accaduto tanti anni fa: è trascorso infatti esattamente
mezzo secolo da quelle quattro giornate d’autunno del 1953, che vennero
allora chiamate “I fatti di novembre”. Giorni che, quando ormai
stava per finire la lunga serie di occupazioni straniere di Trieste (tedesca,
titina e anglo-americana), videro scorrere ancora il sangue di inermi cittadini
nelle nostre vie e nelle nostre piazze, come non accadeva più dalla fine
della guerra. Stavolta però, per la stesura del libro, non ho avuto come
“guida” un diario, ma una serie di immagini, un centinaio di fotografie
scelte tra le molte scattate in quei tragici momenti: il mio primo vero, importante
servizio da quando (erano trascorsi solo pochi mesi) avevo iniziato la nuova
professione di fotoreporter. E il rivedere oggi quelle immagini riprese tanto
tempo fa, l’esaminarle accuratamente nei minimi dettagli (cosa che non
avevo potuto fare all’epoca, quando tutto doveva essere svolto con la
massima rapidità per consegnare le foto ai giornali) mi ha fatto rivivere
con tanta angoscia quei momenti, quelle dolorose, drammatiche situazioni che
ho vissuto e documentato. In tutti gli anni del dopoguerra ci si era abituati
a manifestazioni di ogni tipo, a dimostrazioni anche violente: c’erano
state, talvolta, anche delle vittime. Ma mai, se si eccettuano i cinque caduti
in Corso Italia il 5 maggio del 1945, manifestazioni anche ostili verso le forze
dell’ordine o i militari occupanti erano state stroncate in modo così
brutale, quasi si trattasse di un piano freddamente preordinato e altrettanto
freddamente eseguito. Molto è stato scritto a suo tempo su quei fatti,
molte ipotesi sono state formulate sul perché di quella durissima repressione,
ma non è certamente il mio intento proporne delle altre o confermare
oppure smentire quello che molti, tra cui anche illustri storici, hanno detto,
e, forse, ancora diranno. La mia intenzione è quella di ricordare innanzitutto
chi in quei giorni ha perduto la vita, chi è stato ferito ed ha sofferto,
chi ha visto andarsene per sempre i propri cari, giovanissimi ed anziani, dimostranti
e semplici passanti. La mia intenzione è quella di lasciare la testimonianza
di una delle pagine più dolorose vissute dalla nostra città quando
si era ormai giunti quasi alla fine delle dominazioni straniere, durate ben
undici anni, dal 1943 al 1954. La mia intenzione è quella di documentare
con uno dei mezzi più efficaci e meno contestabili, la fotografia, i
momenti salienti di quelle giornate. Ritengo che ai lettori più maturi,
a coloro che hanno vissuto, da protagonisti o da spettatori, quei giorni drammatici,
la visione di queste immagini, talvolta anche molto crude, farà rivivere
(come è accaduto a me) delle profonde emozioni; e spero che ai più
giovani, che solo in parte avranno sentito parlare dei “fatti di novembre”,
questo libro-documento potrà raccontare visivamente un pezzo della nostra
storia che non va dimenticato.
Ugo Borsatti
Stessa storia, altra lettura
di Fabio Amodeo
Ci sono molti modi per raccontare una storia. I quattro giorni compresi tra
il 5 e l’8 novembre 1953 a Trieste possono essere sintetizzati in qualche
paragrafo, come si fa nei manuali. Possono bastare alcuni periodi per riportare
abbastanza precisamente le premesse, lo svolgimento, la conclusione. La medesima
vicenda può essere oggetto di un trattato, che partirà dal difficile
dopoguerra, tratteggerà il periodo dell’occupazione alleata (la
Zona A del Territorio Libero di Trieste), la contesa con la Jugoslavia comunista,
la crescita delle tensioni nel mese precedente agli eventi, poi ricostruirà
quelle convulse giornate. Il trattato si concluderà, con ogni probabilità,
con il Memorandum di Londra, che meno di un anno più tardi segna la fine
del TLT, l’assegnazione definitiva di Trieste all’Italia e della
parte di Istria ancora contesa alla Jugoslavia. C’è un’altra
maniera per raccontare quegli eventi, ed è quella adottata da questo
libro: attraverso le immagini. Tutto sommato è sorprendente quanto poco
l’iconografia venga utilizzata nella narrazione storica, come se le immagini
avessero un effetto destabilizzante sulla narrazione. E in un certo senso è
proprio così. Il narratore utilizza la scrittura lineare, da sinistra
a destra, dall’alto in basso: in qualunque momento sono scanditi con grande
precisione il prima e il dopo, la causa e l’effetto. È la maniera
di narrare che abbiamo appreso da Cartesio, e che tuttora guida il nostro modo
di pensare. La vicenda (qualunque vicenda) viene dissolta in una sequenza di
concetti, ciascuno dei quali può trovare il proprio posto in un apparente
ordine. La storia appare così ordinata, leggibile, premessa di un progresso.
Pare avere un senso. Una grande sicurezza, nei periodi in cui tutto ciò
è verosimile. Un grande scoglio, quando, come in gran parte del Novecento,
il senso, se c’è, è troppo duro da leggere. Le immagini
non raccontano la stessa storia (anche se le vicende sono le stesse). Prima
di tutto, il narratore sceglie alcuni argomenti, li riordina, li gerarchizza.
Lo scatto del fotografo riprende tutto quello che compare davanti all’obiettivo:
elementi essenziali, scene madri, fulcri dell’azione; ma anche elementi
apparentemente trascurabili, espressioni dei visi, fogge delle giacche e delle
cravatte, arredo urbano. Nessun narratore potrebbe permettersi di riportare
tutto questo: il suo non sarebbe un libro, diverrebbe un’enciclopedia
in molti volumi. La narrazione lineare costringe a scegliere; la fotografia
può permettersi di non scegliere, almeno fino a un certo punto. Il segreto
sta nella densità informativa di ogni fotografia: ciascuna delle immagini
che compongono questo libro, al momento della digitalizzazione indispensabile
per la riproduzione tipografica, “pesa” sul piano informatico quanto
il testo di parecchi libri di testo sommati. C’è in ogni singola
fotografia la quantità di informazioni che il narratore mette in molte
delle sue opere. Non è tutta informazione indispensabile, o anche solo
utile (la tonalità del cielo durante un evento non rappresenta certo
un dato su cui riflettere); ma talvolta è proprio l’apparente irrilevanza
a costituire l’elemento di forza. Col passare del tempo, il sommarsi di
elementi apparentemente irrilevanti consentirà di restituire profumi,
sfumature, sapori che altrimenti andrebbero perduti. La somma di questi elementi
consentirà alla fine di ricostruire, almeno in parte, i sentimenti attraverso
i quali gli eventi sono stati percepiti nel loro tempo: i modi di sentire del
tempo. La presenza di immagini costringe il narratore ad ammettere che esiste
un’altra narrazione possibile: non migliore o peggiore della sua, ma sostanzialmente
diversa; meno precisa ma più ricca, più densa, e in fondo refrattaria
a qualunque tentativo di ordinare la storia. “La fotografia? È
l’immaginario visto dal reale” ha detto Henri Cartier- Bresson,
il fotografo europeo più famoso, sintetizzando tutte le inestricabili
contraddizioni del mezzo. C’è una seconda differenza, forse meno
facilmente identificabile ma più densa, tra la storia narrata e la storia
mostrata per immagini, e risiede nella nostra maniera di leggere le due narrazioni.
Noi leggiamo i libri secondo un codice appreso. Gran parte del tempo, a scuola,
si passa ad apprendere e coordinare queste codifiche, che diventano parte di
una lettura conscia. In qualche modo ci aspettiamo che un concetto segua l’altro,
e che il tutto si concluda in uno sforzo ordinatore. Nulla di tutto questo avviene
nella lettura delle immagini, che è perfettamente inconscia, e si affida
a un codice molto più antico della scrittura, quello che accompagna l’uomo
dal tempo dei primi graffiti. La differenza è stata studiata con precisione
dai ricercatori della percezione. Nella lettura del testo l’occhio si
fa guidare dalla riga, e procede leggendo piccoli gruppi di parole. Nella lettura
dell’immagine l’occhio esegue un “flash” dell’intero
soggetto. Poi, a seconda della curiosità, del grado di attenzione, dell’educazione
alla lettura di immagini, entra nel riquadro e lo esplora liberamente. La bravura
del fotografo guida questa esplorazione, attraverso l’inquadratura e la
forza del soggetto principale, ma gran parte di questo lavoro, di esplorazione
degli elementi e di messa in rapporto dei dettagli tra di loro, è personale,
e dipende dall’attitudine del lettore. Nulla impedisce di leggere più
immagini, poi di tornare indietro a confrontare particolari, o di correre avanti
alla ricerca di un’azione o di un dettaglio. La lettura è molto
più libera, e non è costretta dallo svolgersi del tempo. La parte
inconscia della lettura è quella che aggiunge carica emotiva; quella
che fa sì che alcune fotografie abbiano la capacità di esercitare
una “pressione sull’anima” o di svolgere un ruolo evocativo
che pochi altri mezzi riescono a raggiungere. La diversa percezione del tempo
costituisce probabilmente il punto più intrigante di tutto il processo
di lettura. Abbiamo già visto come la narrazione scritta preveda un continuo
“prima” e “dopo”: quando l’autore interrompe la
scansione cronologica, avvisa il lettore con frasi del tipo “facciamo
un passo indietro”. La fotografia ha col tempo un rapporto molto più
ambiguo. Ogni immagine ha un proprio tempo: è stata scattata esattamente
in quel luogo e in quel momento. Dall’istante dello scatto entra nel passato:
non è possibile una fotografia del presente o del futuro. Nello stesso
tempo, l’”altra faccia” della fotografia, quella della rappresentazione
su carta, è destinata a restare immutabile nel tempo, almeno finché
dura il suo supporto, la carta. L’immagine delle persone ritratte ci accompagna
nel presente, e sappiamo che sarà con noi nel futuro; indipendentemente
dal fatto che quelle persone siano vive o morte, a noi vicine o lontane. In
questo senso, ogni fotografia proviene da un passato, ma è teoricamente
in grado di influenzare il nostro futuro, il nostro modo di pensare e di percepire
le cose, il nostro modo di ricordare.
Eccoci al cuore del problema. Come ricordiamo, come ricordano quelli che c’erano, i giorni del novembre 1953 a Trieste? Come giorni di tumulti, durante i quali rimasero uccise sei persone e ferite molte altre. Ma che tipi di tumulti? Spontanei, organizzati? Premeditati da una delle due parti (gli agenti, i manifestanti)? O semplice perdita di controllo, dovuta a una gestione inadeguata della piazza, come talvolta accade? È inevitabile ricorrere alla storia narrata, la quale ci dice che in quei giorni il Territorio Libero di Trieste, nato dal Trattato di pace come un tentativo di limitare le pretese jugoslave sul territorio italiano, stava vivendo una sua fase finale. Il TLT era un’invenzione nata dalla necessità pratica di amministrare un territorio sul quale le aspirazioni di due contendenti appartenenti a due blocchi diversi (Italia e Jugoslavia, Occidente e blocco comunista) erano inconciliabili. A far nascere una “questione di Trieste” e a dare alla vicenda un forte connotato simbolico era stato Winston Churchill il 5 marzo del 1946. Parlando durante una visita negli Stati Uniti al Westminster College di Fulton, Missouri, Churchill aveva detto che “da Stettino sul Baltico a Trieste sull’Adriatico, una cortina di ferro è scesa sull’Europa”. Era la proclamazione dell’inizio della guerra fredda, e Trieste si vedeva assegnata il ruolo di bastione. Il Territorio Libero di Trieste nacque diviso in due zone, una affidata all’amministrazione angloamericana, l’altra a quella jugoslava. Il problema per l’amministrazione alleata era quello di mantenere economicamente in vita una città separata anche dal suo entroterra più immediato. Il problema fu in parte risolto con un imponente programma di lavori pubblici, in parte con un crescente flusso di aiuti dall’Italia, e in parte costruendo un sostituto dell’amministrazione statale: come racconta il maggiore Alfred Bowman, primo responsabile del Governo militare alleato a Trieste, nel giro di pochi mesi furono arruolati e addestrati tra la popolazione seimila agenti di polizia, una forza spropositata rispetto alla popolazione, con una percentuale di un agente ogni 50 abitanti, bimbi e vecchi inclusi. Lavoro ce n’era: la situazione provvisoria del Territorio ne faceva la destinazione ideale per spie, infiltrati di ogni tipo, agenti provocatori; solo Berlino e Vienna, nello stesso periodo, potevano vantare un numero superiore di visitatori dubitabili. Nel 1953, l’esperienza del TLT era pronta a concludersi. Gli alleati non avevano interesse a mantenere un fronte aperto: al contrario, avevano bisogno di mani libere per operare una politica di coinvolgimento nei confronti della Jugoslavia, sempre più lontana dal resto del blocco comunista. E inoltre l’occupazione di Trieste era un costo, immobilizzava truppe, senza un pratico vantaggio per nessuno. La soluzione pareva semplice: Trieste e il suo territorio all’Italia, il resto del TLT alla Jugoslavia. Occorreva però il consenso di Roma e Belgrado: uno stato di frizione o di confronto tra i due paesi avrebbe richiesto di nuovo l’intervento di una forza di interposizione, riportando il problema all’origine. Tuttavia né Italia né Jugoslavia erano pronte a rinunciare ai loro diritti di principio sulle aree da assegnare. Per tutto il 1953, la questione si trascinò stancamente, tra incontri diplomatici, missioni, dichiarazioni minacciose, e ciascun episodio provocava scossoni psicologici in quel delicato sismografo che era Trieste. A peggiorare le cose, nessuna delle parti in causa aveva obiettivi concreti da raggiungere; gli obiettivi erano simboli, quello di cui l’orgoglio nazionale aveva bisogno. Il comandante delle truppe di Trieste, il generale inglese John Winterton, temeva un possibile scenario insurrezionale. Tra i possibili pericoli delineati dal suo staff, c’era un colpo di mano di tipo dannunziano da parte di nazionalisti italiani (Ronchi dei Legionari era sinistramente vicina alla linea di demarcazione con l’Italia); l’infiltrazione di una quinta colonna comunista, capace di provocare disordini tali da giustificare un intervento jugoslavo; o disordini “interni”, con l’uso delle molte armi fatte affluire clandestinamente a Trieste dall’una e dall’altra parte. Il mandato che aveva era quello di mantenere rigorosamente l’ordine fino all’avvenuto passaggio di consegne. Nell’ottobre 1953, la tensione crebbe perché Regno Unito e Stati Uniti tentarono di accelerare la conclusione del “caso Trieste” preannunciando il passaggio unilaterale dei poteri all’Italia. Tito reagì inviando truppe nei pressi del confine, e lo stesso fece il governo italiano guidato da Pella. Ai primi di novembre le premesse non erano buone. E infatti la tensione cominciò a salire il 3, il giorno di San Giusto, quando sul Municipio di Trieste venne issato il tricolore. Un ufficiale alleato alla guida di agenti della polizia civile si presentò agli uffici e sequestrò la bandiera. Il giorno dopo, il 4 novembre, molte migliaia di triestini si recarono a Redipuglia per le celebrazioni della Vittoria. Erano in treni difficili da controllare, e alimentarono il timore da parte alleata di possibili infiltrazioni. In serata, al rientro dei treni a Trieste, si formarono piccoli cortei con bandiere tricolori, e si ebbero scaramucce con gli agenti, con qualche contuso e qualche fermo.
È a questo punto, dalla mattina del 5 novembre 1953, che ha inizio il racconto per immagini di Ugo Borsatti. Ed è a questo punto che possiamo seguire il “film”, e aggiungere alla lettura subconscia delle immagini una lettura più conscia, più attenta ai particolari. Sin dalle prime fotografie alcuni elementi risultano evidenti. I dimostranti sono ragazzi di scuola, normali, vestiti bene (allora a scuola si andava in cravatta, e comunque almeno in giacca). C’è una gioiosità da festa nel loro atteggiamento. Sono anni che a Trieste si susseguono manifestazioni di ogni tipo, alcune pilotate, altre spontanee, spesso in un clima di enorme contrapposizione politica ed emozionale, e raramente le conseguenze sono state spiacevoli. Si vede subito un’altra cosa. Trieste appare come una città normale, percorsa da gente normale: donne che vanno a fare la spesa, vigili urbani, anziani che commentano l’accaduto. Il lettore potrà chiedersi: che c’è di strano? Che la città allora non era affatto normale. Non solo era la capitale di un minuscolo Stato virtuale occupato da stranieri, sia pure con un ruolo protettivo. Non solo il suo futuro non era affatto certo. Ma a poche centinaia di metri dal centro città correva davvero la cortina di ferro annunciata da Churchill sette anni prima. Un confine con un mondo diverso, per molti incomprensibile, per altri (inclusi molti comunisti e molti sloveni o croati fuggiti dopo la guerra) palesemente nemico. E un confine che si apriva e si richiudeva con la tecnica della doccia scozzese, della guerra dei nervi, praticata da Tito e dal suo governo con grande abilità. A ogni richiusura, però, famiglie rimanevano separate, amori si interrompevano, il sismografo triestino saltava violentemente. No, Trieste non era normale. Qui il conflitto durava ancora, saldando lotta al nazismo e guerra fredda in un unico percorso (fonte, in futuro, di infiniti equivoci, e anche di qualche incomprensione con il resto del mondo). Allora come oggi, da quasi tutte le alture della città si poteva vedere Punta Salvore, il “dito” dell’Istria puntato sul mare Adriatico. Ebbene, Hobsbawm nel suo Secolo breve ci ricorda che quello era in assoluto il punto più occidentale raggiunto dal mondo comunista nella sua espansione. Curioso che un viennese trapiantato in Inghilterra abbia notato ciò che per molti abitanti di queste terre è così visibile da sembrare ovvio: ma era anche il segno di una città circondata dai confini da ogni lato, e per questo tutt’altro che normale. Il bisogno di normalità espresso dalle persone con i loro gesti, con il loro vestire, quietamente borghese, con gli impermeabili e i cappotti leggeri di mezzo autunno indossati con cura era l’aspirazione a uscire da un vicolo cieco della storia e a costruirsi un futuro. Normale. La sequenza davanti al colonnato neoclassico della chiesa di Sant’Antonio ci rivela altri dettagli interessanti. Nella piazza convivono la chiesa, il comando della Polizia civile (oggi la chiameremmo Questura) e degli sfortunati lavori di rifacimento della pavimentazione, che offrono abbondanza di munizioni a chi vuole lanciare delle pietre. Ricordiamo che per i ragazzi del tempo la battaglia a lanci di pietre, o le gare a chi rompe per primo un fanale dell’illuminazione stradale, sono attività del tutto normali: non manca l’allenamento. Malgrado tutto, la manifestazione prosegue del tutto normalmente, con le ragazze che chiacchierano al sole. Oggi, dopo anni di scontri di piazza con da una parte i manifestanti bardati, dall’altra gli agenti corazzati dietro i loro scudi con accompagnamento di autoblindo, quella scena ha un sapore di scampagnata. E a un certo punto accade un fatto che appare quasi impensabile. Un ufficiale inglese della Polizia civile si avvicina perfettamente da solo agli studenti, per intimare loro di abbandonare la piazza. Incoscienza? No, è l’applicazione di una precisa filosofia. Da più di un secolo l’Impero britannico domina una larga fetta del mondo, eppure il Regno Unito non ha mai avuto un esercito di terra numeroso. Piccole guarnigioni hanno imposto l’obbedienza a grandi masse di popolazione, anche se questo mondo è sul viale del tramonto, sulla base di un assunto: disobbedienza, atti di violenza, sfide al potere britannico vanno punite con estrema determinazione e senza eccezioni (un’eccezione in verità c’è stata, e oggi ha per noi un nome sinistro: Afghanistan). L’ufficiale inglese sa di essere una sorta di intoccabile, un’autorità sostenuta da una lunga tradizione e da una palese determinazione. È uno stile che avrà il suo peso nelle prossime ore. Guardando i dettagli compare un altro elemento preoccupante. Gli agenti della Polizia civile sono armati, e la loro arma è un moschetto automatico a canna corta. È una brutta arma, perché spararci è facile: sembra un giocattolo, è leggero, provoca poco rinculo, non dà la sensazione di un’arma pericolosa; ma spara vere pallottole da guerra, capaci di danni letali, e per di più, con la sua canna corta, è anche poco preciso. Serve a “sparare nel mucchio”: a chi tocca tocca. La sequenza degli eventi è abbastanza evidente, e tutto sommato normale, sinché alcuni giovani non si rifugiano nella chiesa, e la Polizia civile li insegue all’interno del tempio. È un luogo sacro. Dopo il sacrilegio laico, il sequestro del tricolore del Comune, avviene il sacrilegio religioso, la violazione del tempio. La giornata si carica di eventi simbolici, che sono i peggiori: un torto si può riparare, su una divergenza si può trovare una mediazione, uno scontro può essere risolto dall’intervento di una forza neutrale. Ma un sacrilegio, un evento simbolico, non ha rimedi possibili, come sanno gli abitanti del Medio Oriente, tormentati da troppi luoghi sacri di troppe religioni. E infatti tutto precipita nel pomeriggio, durante la cerimonia di riconsacrazione della chiesa. Siamo ancora nella normalità, sono presenti delle donne, ma i volti sono tesi, pieni di una rabbia dura, di un dolore vero. È sempre lì il cantiere di pavimentazione della piazza: partono delle pietre verso gli agenti giunti sul posto, i poliziotti reagiscono, partono dei colpi, cadono le prime due vittime. Con il pragmatismo di oggi diremmo: sarebbe bastato che la cerimonia venisse spostata di uno o due giorni, sarebbe bastato che lo schieramento di agenti riempisse le vie adiacenti, pronto a intervenire, ma non fosse così palesemente visibile dalla chiesa, che non avesse l’aspetto della provocazione. Ma mezzo secolo fa non era tempo di pragmatismo. Era un assurdo, impietoso, pesante prolungarsi del tempo di guerra.
La fotografia di Pietro Addobbati già morto, trasportato a braccia verso l’ambulanza (foto 27, pagina 28), è il colpo da maestro di Ugo Borsatti. È l’immagine che per miracolo racconta tutta la storia: il sangue, lo sgomento, la pietà, la solidarietà. Henri Cartier- Bresson dice che il momento decisivo è quello in cui l’occhio, la mente e il cuore del fotografo sono in asse con il soggetto e con l’obiettivo. In questa immagine tutto è in asse. La lavorazione dei libri di solito è una faccenda un po’ noiosa, che richiede pazienza e cura, ma che non riserva sorprese clamorose. Tuttavia la fotografia non consente mai lavorazioni tranquille: c’è sempre il rischio di inciampare in qualcosa di inatteso. Nel caso di questo volume si tratta di un’immagine fantasma, quella che per mezzo secolo nessuno aveva visto. La storia è questa: subito dopo lo scatto di cui abbiamo appena parlato, il corpo del giovane studente venne posato in un’ambulanza, inizio di una disperata corsa verso l’ospedale. Prima che le porte dell’ambulanza si chiudessero, Borsatti riuscì a infilare la macchina nella porta e a premere un’unica volta lo scatto. Non c’era tempo per regolare nulla, né l’otturatore né il diaframma: oggi gli apparecchi automatici si occupano di tutto, ma mezzo secolo fa gli automatismi dovevano ancora essere inventati. Era una situazione “scatta e spera”, e il risultato fu un negativo illeggibile, quasi completamente trasparente, impossibile da recuperare anche con le tecniche di duplicazione e di intensificazione che i fotografi ricchi di esperienza conoscono bene. In tutti questi anni, l’autore ha considerato quello scatto irricuperabile (perché così era secondo le tecniche tradizionali), fino , quasi, a scordarsene. Nel corso della realizzazione di questo libro, chi scrive e il fotografo si ritrovarono davanti a un computer e a uno scanner proprio per esaminare alcune immagini. “Proviamo a leggere questo negativo” disse Borsatti, che malgrado l’anagrafe conosce, sia pure a grandi linee, le grandi possibilità che la digitalizzazione della fotografia offre, e che in quell’istante si ricordò dell’immagine “perduta”. La prima lettura era quella, sconsolante, che Borsatti conosceva bene: un’immagine completamente nera, dalla quale emergeva qualche macchia grigio scura. Dopo regolazioni estreme e molta pazienza, lentamente, selezionando le lievi tracce di immagine che il negativo aveva raccolto, lo scanner ha trasmesso allo schermo l’inquadratura che nessuno, neppure l’autore, aveva mai visto: ha preso via via forma il corpo del giovanissimo studente, steso all’interno dell’ambulanza, nella solitudine irreale di una morte assurda. Dopo mezzo secolo, l’evoluzione tecnologica ci permette di leggere per la prima volta uno dei momenti più drammatici di questa vicenda. È la fotografia numero 28, che i lettori trovano a pagina 29.
Dopo quel momento, le immagini ci mostrano il lento scivolare in un incubo. Dalle strade scompaiono i ragazzi, mentre compaiono volti e atteggiamenti più decisi, quelli di una protesta più dura. E tuttavia niente di irreparabile accade. Non c’è la rivolta armata temuta dal generale Winterton: è la rabbia di una città ferita. Qualcosa, nella percezione abitualmente precisa delle autorità alleate, viene a mancare. Ancora una volta, in una città tappezzata di bandiere italiane listate a lutto, è un obiettivo simbolico a scatenare la tragedia: la volontà da parte dei dimostranti di sventolare il tricolore in piazza Unità, il cuore della città, il grande spiazzo delimitato dal palazzo del Comune, simbolo della comunità e della sua storia, e aperto verso il mare. Il luogo nel quale i triestini hanno visto sfilare le salme di Francesco Ferdinando e di sua moglie Sofia, uccisi a Sarajevo, segno della fine di un’epoca; hanno accolto nel novembre del ‘18 i bersaglieri e il generale Petitti di Roreto, primi rappresentanti dell’Italia vittoriosa; hanno ascoltato nel ‘38 Mussolini annunciare le leggi razziali. I dimostranti vogliono portarvi il tricolore; la Polizia vuole impedirlo. Se il palazzo comunale chiude la piazza verso terra, verso il mare l’Austria asburgica vi ha costruito, negli ultimissimi anni della sua esistenza, il Palazzo del Governo, simbolo del potere centrale contrapposto all’autonomia cittadina (e tra gli altri palazzi ci sono una delle sedi storiche delle Assicurazioni Generali, l’edificio del Lloyd Triestino di navigazione e l’albergo Vanoli, rifugio ospitale per coppie più o meno improvvisate, frequentato in abbondanza proprio dagli ufficiali alleati). I dimostranti cercano di portare il tricolore verso il Comune, i poliziotti li caricano per impedirlo. Hanno trasformato il Palazzo del Governo in una specie di fortilizio: la sindrome della rivolta armata è forte. In un primo momento sono sassi contro manganelli, niente di grave, finché qualcuno lancia qualcosa, un rudimentale ordigno, forse una bomba a mano, verso il fortilizio degli agenti. Deve essere poco più di un petardo, perché nessuno si fa male, e non restano segni neppure minimi di danni sul terreno. Ma nel palazzo deve correre la convinzione che è cominciato l’attacco. Parte un fuoco terrificante in tutte le direzioni dalle finestre, dal tetto, dal portone. Colpisce alla cieca, fa morti e feriti. Il Governo militare alleato resterà sempre fermo sulla sua posizione che la sparatoria è stata una dolorosa necessità per impedire l’estendersi dei disordini, mentre le proteste italiane e la convinzione popolare triestina rimarcheranno che si è trattato di una reazione spropositata a eventi del tutto normali, nell’anormalità della Trieste di quei giorni. La tragica sequenza viene per fortuna interrotta la mattina del 7, con l’intervento in massa dei soldati americani verso i quali non c’è alcun rancore da parte della popolazione.
Le immagini che stupiscono di più, in questa vicenda, sono quelle della costernazione e del lutto. Un lutto composto, interiorizzato, silenzioso. I funerali sono di una sobrietà stupefacente, come se oltre alle bare, alle lacrime dei parenti e all’immensità della folla null’altro possa compararsi all’enormità dell’evento. Domina la cerimonia sul colle di San Giusto la figura solenne, quasi monumentale, del vescovo Santin. Monsignor Santin ha dovuto benedire le vittime dei bombardamenti, quelle delle ritorsioni naziste e i corpi estratti dalle foibe. Dopo l’8 settembre del 1943 generali, prefetti, eccellenze di ogni tipo, sono spariti, abbandonando gli uomini di cui portavano la responsabilità a un futuro incerto e disperato, e tutto il confine orientale a una contesa tra stranieri nella quale il rapporto con l’Italia si è fatto sempre più esile. Come nei giorni più bui del Medio Evo, l’unico a restare al suo posto è stato il vescovo. E anche nel novembre del 1953 è il suo incedere da principe della Chiesa a gettare la luce ingrata della storia su una assurda concatenazione di eventi.
Non dobbiamo chiedere alle fotografie, a nessuna fotografia, la verità. Sono il racconto di un narratore, e quella che dobbiamo interrogare è la nostra fiducia nell’integrità del narratore. Il lavoro di Ugo Borsatti è quello di un testimone che è riuscito a vivere quattro giornate trovandosi quasi incredibilmente sempre vicino al cuore degli eventi. Trovare la finestra giusta, evitare l’arresto o il sequestro del rullino, restare largo nelle inquadrature, in modo da far vedere anche i volti e le espressioni degli astanti, mantenere la distanza critica anche nei momenti più coinvolgenti, sono snodi del mestiere quanto la scelta del diaframma o del momento dello scatto. Questo lavoro è stato compiuto in condizioni che oggi è quasi impossibile immaginare. Il fotoreporter di oggi è dotato di apparecchi motorizzati, capaci di lavorare in sequenza, di gestire automaticamente la luce, il rapporto con il flash, e persino la temperatura della luce. In più il fotografo di oggi ha alle spalle una lunga frequentazione con i linguaggi della narrazione fotografica e televisiva, per cui costruire una storia per immagini è un dato naturale. Mezzo secolo fa i linguaggi erano molto più giovani e le tecniche del tutto artigianali: ricaricare il rullo in velocità, sviluppare e stampare in velocità per ritornare nel cuore dell’azione, erano elementi essenziali della routine quotidiana del fotografo, ma farlo in una città paralizzata dalla violenza e dal dolore era davvero un’impresa difficile da immaginare. Aiutava anche il fatto che Ugo Borsatti al tempo fosse giovanissimo, sia per motivi puramente atletici, sia per una certa dose di incoscienza ( le fotografie 46 e 47 delle pagine 41 e 42, sono pericolosamente vicine al momento culminante della strage). In ogni caso, è a queste capacità che dobbiamo il fatto di poter pubblicare, a mezzo secolo di distanza, un film dell’accaduto, un racconto completo come pochi eventi nella storia hanno avuto.
La sequenza delle immagini non ci porta al cuore del problema, non ci dice perché un’amministrazione angloamericana esperta e attenta anche ai dettagli per poco più di ventiquattro ore abbia perso tragicamente il controllo della situazione. Ma ci consente di percepire gli sguardi, di rileggere i sentimenti, di percorrere i cambiamenti di atmosfera. Ci consente di ricordare meglio, di incrociare la memoria personale con quella collettiva, di rileggere meglio il nostro passato, nella speranza, o nell’illusione, che ci aiuti a vivere meglio il futuro.
A conclusione di queste note giova ricordare che questa vicenda, come spesso accade ai confini orientali d’Italia, non ebbe autentici vincitori, ma esclusivamente perdenti. A perdere per primo fu il Governo militare alleato, che pure aveva difeso in una situazione anche diplomaticamente delicata la Zona A dalla minaccia jugoslava, in una logorante guerra dei nervi che spesso aveva sfiorato il confronto diretto. Oggi nessuno, né a Trieste, né in America, ricorda gli uomini che difesero quel muro, e questa dimenticanza è anche frutto dell’amarezza lasciata dagli eventi del novembre 1953. Se gli alleati un anno dopo tornarono a casa, un destino peggiore attendeva gli agenti del Nucleo mobile della Polizia civile, inseguiti dal rancore popolare per essere stati il braccio armato dell’amministrazione alleata. In molti dovettero emigrare lontano dalla loro Trieste. E infine, tra i perdenti, non bisogna dimenticare i protagonisti assenti di questa vicenda, quegli italiani della Zona B che negli stessi giorni, lontano dai riflettori della cronaca, subivano uno dei periodi di più forte pressione da parte jugoslava, e che nel 1954 si sarebbero uniti a molti altri italiani d’Istria nell’ultima stagione dell’esodo. La nascita stessa della “questione di Trieste”, caricata di implicazioni internazionali, emotive, simboliche, aveva messo in ombra, negli anni precedenti, la “questione istriana”. La cattiva coscienza italiana nei confronti delle terre chiamate a pagare a nome dell’intero Paese la guerra fascista continuò negli anni seguenti con l’illusione sostenuta per anni dai governi di una sovranità mai perduta sulla zona B, con la gestione maldestra degli accordi di Osimo e con la vicenda contraddittoria dei rapporti con le repubbliche nate dalla dissoluzione jugoslava. Un solo momento fu davvero all’altezza del sacrificio dei sei caduti del 1953: fu il ritorno di Trieste all’Italia, a fine ottobre 1954. In quei giorni di entusiasmo popolare sta la vera conclusione della vicenda raccontata nelle pagine di questo libro.