IL MESSAGGERO
Martedì 4 Novembre 2003
Anniversari/ Un libro di immagini sui fatti del novembre ’53
La rivolta di Trieste strappata all’Italia
di FULVIO TOFFOLI

QUEL 5 novembre 1953, a Trieste, si palesò come una gran bella giornata. Non altrettanto sereno era però il clima della città. Dal palazzo del municipio le autorità militari alleate avevano fatto togliere due giorni prima il tricolore esposto per la festività del patrono, San Giusto, e per l'anniversario della vittoria della prima guerra mondiale, e i cittadini avevano reagito con proteste e manifestazioni. Il film di quei giorni scorre oggi in un libro fotografico di Ugo Borsatti Trieste 1953, I fatti di novembre (Lint edizioni, 92 pagine, 16 euro) che dice quanto e più di molti trattati di storia. Il racconto inizia in una mattina piena di sole con il corteo di studenti che sfilano per le vie di Trieste inneggiando all'Italia. Erano ormai più di 10 anni che la città era separata dalla madrepatria: prima i tedeschi, dopo l'8 settembre del 1943, che ne fecero una provincia del Terzo Reich, e che istituirono, nella Risiera di San Sabba, l'unico forno crematorio operativo su suolo italiano. Poi i 45 giorni titini che seguirono la Liberazione, contrassegnati dall'orrore delle foibe. Ed infine gli alleati anglo-americani che amministrarono il Territorio Libero di Trieste per 9 anni, in attesa che si definisse la questione dei confini tra Italia e Jugoslavia. Di fatto Trieste era il punto meridionale di quella cortina di ferro che partiva da Danzica e Stettino e tagliava in due l'Europa. Immediatamente a pochi chilometri da piazza dell'Unità d'Italia, il cuore della città, iniziava il mondo slavo e comunista. Senza questa necessaria premessa storica si corre il rischio di non comprendere la delicata situazione che viveva allora Trieste, pervasa dei sentimenti di un secondo irredentismo più forte ancora di quello del 1915-18.
Fotogramma per fotogramma si dipana agli occhi del lettore la sequenza degli eventi: l'arrivo dei dimostranti nei pressi della chiesa di Sant'Antonio, gli scontri con i reparti inglesi e la polizia civile, la violentissima repressione attuata con pestaggi indiscriminati e una caccia all'uomo che si svolse anche all'interno del tempio, le sparatorie, i feriti, i morti. Il primo a cadere fu Pierino Adobbati, di anni 15, studente, seguito da altre 5 vittime negli scontri del 5 e 6 novembre nel centro della città. La conclusione di quei giorni di sangue è rappresentata dalle esequie solenni delle 6 vittime civili celebrate, tra due ali di folla immensa l'8 novembre, dal vescovo monsignor Antonio Santin, una delle figure più carismatiche della storia del dopoguerra, unica autorità a non aver mai abbandonato Trieste né sotto i bombardamenti né sotto le diverse occupazioni.
Fotoreporter all'epoca giovanissimo, Borsatti documentò con centinaia di scatti tutte le fasi degli scontri, «trovandosi quasi incredibilmente sempre vicino al cuore degli eventi, lavorando in condizioni che oggi è quasi impossibile immaginare» nota lo storico della fotografia Fabio Amodeo. Tra le 95 immagini scelte per il volume, molte sono inedite, e una addirittura, la foto di Addobbati morente all'interno dell'ambulanza, non era mai stata vista prima. Solo ora grazie ad una tecnica computerizzata si è materializzata dal nero del negativo l'ombra del corpo di un ragazzo adagiato su una barella, il cui sacrificio anticipò forse l'agognato ritorno all'Italia dell'anno successivo.
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IL GAZZETTINO Lunedì, 3 Novembre 2003
Costa sedici euro, ma ne vale molti di più.

Costa sedici euro, ma ne vale molti di più il volume fotografico edito dalla Lint sotto il titolo "Trieste 1953 - I fatti di novembre", che accanto a uno scritto di Fabio Amodeo, che qui riportiamo, squaderna un autentico "film" iconografico delle quattro giornate che nel novembre 1953 infiammarono e insanguinarono Trieste con i moti dei cittadini che chiedevano, fra passione e disperazione, il ritorno della città all'Italia. Il merito del "film" di Ugo Borsatti, classe 1927, autentica icona dei fotoreporter triestini e fondatore della mitica Foto Omnia, il cui immenso archivio (oltre 350 mila negativi) è stato dichiarato d'interesse storico dalla Soprintendenza archivistica del Ministero dei Beni culturali.

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Da "Primorsky Dnevnik" del 31 ottobre 2003

Fotografije o tragičnem novembru pred 50 leti
Predstavitev v knjgarni Minerva

Avtor fotografij je Ugo Borsatti – Izdajatelj založba LINT

V knjigarni Minerva so sinoči pred polnoštevilnim občinostvom predstavili knjigo “Trsr 1953 – Novemberski dogodki”, ki je dejansko zbirka fotografij Uga Borsattija. Znani tržaški fotografje dokumentiral tragične spopade med demonstranti in policisti tedanje anglomeriške uprave. Knjigo je izdala založba Lint. V spopadih pred 50 leti je umrlo šest ljudi, več desetin je bilo ranjenih.

Na predstavitvi (Foto Kroma), na kateri je sodeloval tudi župan Roberto Dipiazza, sta spregovorila urednik knjige Fabio Amodeo in časnikar Piccola Claudio Ernè.

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Da “Il Piccolo” di sabato 1 novembre 2003 in “Trieste Città”

Dipiazza appiana la polemica sul libro della LINT
Intervento alla presentazione del volume edito con le fotografie storiche degli incidenti di cinquant’anni fa

«Mi auguro che l’allargamento dell’Unione Europea, nel maggio prossimo, ci aiuti a superare le divisioni che tanto hanno pesato su Trieste, e che le celebrazioni del prossimo ottobre, per il cinquantesimo del ritorno della nostra città all’Italia, vedano una duratura unità cittadina».
Con queste parole, il sindaco Roberto Dipiazza ha voluto rimarcare il significato della sua presenza alla presentazione del libro “Trieste 1953 – I fatti di novembre” edito dalla LINT e nelle scorse settimane al centro di una polemica con il “vice” del sindaco, l’assessore Lippi.
Alla presentazione, che si è svolta in un clima di grande commozione anche per la presenza di alcuni parenti delle vittime del 1953, hanno preso parte Valerio Fiandra, direttore editoriale della LINT, Ugo Borsatti, autore del fotoracconto che costituisce il nucleo del volume, Fabio Amodeo, curatore e autore della postfazione al libro, e il giornalista Claudio Ernè.
Il clima in quei giorni, le attese, le speranze, e la costernazione per la strage che a mezzo secolo di distanza resta difficile da spiegare, sono stati rievocati da significativi “flash” di memoria: Borsatti ha ricordato come il richiamo di un testimone lo abbia fatto correre vicino a Pietro Addobbati morente, impedendogli di esporsi al fuoco degli agenti; Ernè ha richiamato il ricordo di un ragazzo di quei giorni, con le preoccupazioni familiari per la partecipazione del babbo alle manifestazioni, e ha rievocato l’atmosfera indelebile del giorno dei funerali, denotata da un silenzio assolutamente irreale; Amodeo ha raccontato della difficoltà a ricostruire gli eventi in un modo che possa essere letto non solo dai triestini, ma anche dai tanti cittadini italiani che del dopoguerra giuliano conservano una cognizione confusa e inesatta.
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Da “Panorama” del 31 ottobre 2003 pp.124 e seg.

In Anniversari
Attualità
Stragi dimenticate

I fatti di novembre

La guerra era finita da otto anni, il Paese si avviava al boom economico, stava per partire la tv nazionale. Eppure, nella città giuliana comandavano gli Alleati e gli studenti manifestavano per il ritorno all’Italia. Fino a quei giorni d’inferno e a quelle sei vittime.
Di SANDRO MANGIATERRA

Pagina di storia brutta e imbarazzante
Quando la testimonianza è affidata alle immagini

Un centinaio di immagini, molte delle quali inedite, riemerse (a volte in senso letterale, viste le cattive condizioni dei negativi) dall’archivio del fotografo Ugo Borsatti. Sono le foto (concesse dalla Fondazione CrTrieste), disposte in ordine cronologico e con le didascalie tratte dai ricordi diretti dello stesso Borsatti, il piatto forte del volume Trieste 1953. I fatti di novembre, pubblicato dalla casa editrice LINT (040360396, www.linteditoriale.com, segreteria@linteditoriale.com). Il commento e l’inquadramento storico degli eventi sono nella postfazione di Fabio Amodeo, ex caporedattore del quotidiano Il Piccolo.
Esattamente 50 anni fa, dal 5 all’8 novembre 1953, sei persone che manifestavano per il passaggio della città giuliana all’Italia vennero uccise dalla polizia che agiva sotto il comando alleato; più precisamente inglese. Un’escalation di violenza pressoché inspiegabile, che vide come vittime anche ragazzi e passanti capitati casualmente in mezzo agli scontri.
Borsatti, titolare dell’agenzia Foto Omnia, seguì gli avvenimenti minuto per minuto. Ci vorrà un altro anno per arrivare, il 5 ottobre 1954, al memorandum di Londra, dove vennero definitivamente spartiti i territori: Trieste all’Italia, il Nord dell’Istria alla Jugoslavia. Ci voleva una testimonianza coraggiosa per riaprire una pagina di storia dimenticata. TRIESTE 1953
E il generale inglese ordinò: «Sparate agli italiani»
Quest’anno, per il 50° anniversario, il comune farà le cose in grande: convegni, mostre, manifestazioni ufficiali. Ma per i triestini non sono necessarie le celebrazioni ad alimentare il ricordo: per loro, e anche per molti che in quel lontano (non troppo) 1953 non erano neppure nati, basta chiamare le cose con il loro nome: «I fatti di novembre».
Fatti drammatici, sui quali gli storici si accapigliano ancora nel tentativo di contestualizzare, interpretare, spiegare ciò che, almeno in apparenza sembra pressoché inspiegabile. Soprattutto se si guarda ai protagonisti: le forze alleate, fino allora considerate amiche e protettrici degli italiani, che decidono di sparare sulla folla di manifestanti (per lo più studenti) scesa in piazza per reclamare il ritorno di Trieste a Roma.
Sono quattro giorni da incubo quelli che la città vive dal 5 all’8 novembrte. Rievocati oggi dalle immagini straordinarie del fotografo Ugo Borsatti, appena riunite in un libro che, a dispetto della complessità degli avvenimenti, vuole essere di pura cronaca. Alla fine di duri e ripetuti scontri, sei persone muoiono sotto i colpi del nucleo mobile, un reparto speciale di polizia. Polizia che, pur essendo composta in larga misura da italiani, è alle dirette dipendenze del comando alleato, in particolare del generale inglese John Winterton.
Occorre riandare al caso Trieste e sforzarsi di immaginare come si potesse vivere in quegli anni in quel luogo di confine. La guerra era finita da otto anni, Giuseppe Pella era appena succeduto ad Alcide de Gasperi al governo di un Paese in piena ricostruzione, anzi avviato al boom economico, da lì a pochi mesi sarebbero cominciate le trasmissioni della tv nazionale. Eppure Trieste dal 1945 era retta dal governo militare alleato. Due schieramenti si contrapponevano: il blocco occidentale che vedeva nella città l’ultimo baluardo da difendere, e quello comunista, con le pretese della Jugoslavia di Tito di annessione fino all’Isonzo. Anche il territorio giuliano risultava spaccato in due: le zone A e B, sotto la giurisdizione italiana e jugoslava.
Insomma, un bel pasticcio. La tensione sale e scende ciclicamente ma rimane sempre molto alta, la polizia conta 6mila agenti, con una percentuale di uno ogni 50 abitanti, inclusi vecchi e bambini. Non mancano gli scontri, che tuttavia vedono quasi sempre su fronti contrapposti Alleati e «titini». Per gli italiani gli angloamericani sono alleati di nome e di fatto.
Allora? Che cosa accadde in quei giorni del 1953? «In verità» spiega Raoul Pupo, docente di storia contemporanea all’Università di trieste, «qualcosa era cambiato fin dal 1948, cioè da quando Stalin aveva scomunicato Tito. Da quel momento il maresciallo e la Jugoslavia smisero di venire considerati i nemici numero uno. E il governo militare cominciò ad assumere posizioni di maggiore equidistanza, spesso lette come anti-italiane. Per esempio, proibì l’esposizione del tricolore dagli edifici pubblici».
Già, il tricolore. In vista del 4 Novembre, festa della Vittoria, il sindaco Gianni Bartoli lo fa sventolare ugualmente dal municipio, come tutti gli anni. Un ufficiale alleato, alla guida di agenti della polizia civile, si presenta e sequestra la bandiera. Una minaccia per le migliaia di triestini che varcano le frontiere, documenti alla mano, per recarsi in territorio italiano e partecipare alle celebrazioni organizzate al Sacrario di Redipuglia.
Il 5 novembre viene indetta una manifestazione colorata di bianco, rosso e verde. Winterton ha paura che la situazione possa sfuggirgli di mano. Scoppiano i primi incidenti. Molte persone si rifugiano nella chiesa di Sant’Antonio Nuovo, ma gli ordini sono precisi: «Reprimere duramente».
Così gli uomini del nucleo mobile non esitano ad entrare nel tempio, utilizzando perfino gli idranti per disperdere la folla. Il parroco, don Grego, ritenendo che sia violata la sacralità della chiesa, decide di programmare la cerimonia di riconsacrazione il pomeriggio stesso. «A quel punto» ricorda Borsatti «era purtroppo prevedibile che una manifestazione come tante altre, in quei giorni, si potesse trasformare in tragedia. Da allora non smisi un istante di fotografare». È fuori dal sagrato che accade l’irreparabile: spari ad altezza d’uomo, le prime due vittime in terra, tra le quali il quattordicenne Pierino Addobbati.
Il giorno successivo è l’inferno. Nuovo corteo, non mancano i provocatori di estrema destra, si sospetta armati di bombe. Prima viene assalita la sede del Fronte per l’indipendenza per il libero stato giuliano, da tempo infiltrato da sostenitori dell’adesione di Trieste alla Jugoslavia. Poi ci si dirige in Piazza Unità. La polizia spara anche dal Palazzo del governo: altri quattro morti. Fra questi, pure estranei, come il marittimo Erminio Bassa, che stava recandosi al Lloyd per la pensione.
A riportare la calma, il 7 novembre, pensano gli americani, che affluiscono in massa verso il centro, mentre in giro non si vedono più né un inglese né un agente del nucleo mobile. mI triestini che sfilano nella camera ardente allestita a San giusto, applaudono come amici i militari Usa. Ai solenni funerali, celebrati dal vescovo Antonio Santin l’8 novembre, una domenica che anticipava di 19 anni la Bloody Sunday irlandese, partecipano non meno di 150mila persone, in pratica tutti gli italiani della città, comunisti compresi. Occorrerà ancora un anno prima che, il 5 ottobre 1954, con il memorandum di Londra, si arrivi alla definizione dei confini. E a Trieste la vita riprenda con una parvenza di normalità.

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Da “In Città” del 29 ottobre 2003

Novembre 1953: in un libro le immagini della tragedia

Ugo Borsatti ha scelto un centinaio di fotografie tra quelle che scattò allora. Il volume, edito da LINT, sarà presentato domani.
È trascorso esattamente mezzo secolo da quelle giornate d’autunno del 1953, che vennero allora chiamate “I fatti di novembre”. Giorni che, quando ormai stava per finire la lunga serie di occupazioni straniere di Trieste (tedesca, titina e anglo-americana), videro scorrere ancora il sangue di inermi cittadini nelle nostre vie e nelle nostre piazze, come non accadeva più dalla fine della guerra.
A quelle tragiche giornate è dedicato il libro di Ugo Borsatti “Trieste 1953 – I fatti di novembre”, edito da LINT Editoriale Associati. Il libro sarà presentato domani alle 18 alla libreria Minerva (via San Nicolò) dall’autore, da Fabio Amodeo e Claudio Ernè. Borsatti pubblicò due anni fa “Croazia 1944, diario di guerra di un diciassettenne”.
“Stavolta però – spiega – per la stesura del libro non ho avuto come “guida” un diario, ma una serie di immagini, un centinaio di fotografie scelte tra le molte scattate in quei tragici momenti: il mio primo vero, importante servizio da quando (erano trascorsi solo pochi mesi) avevo iniziato la nuova professione di fotoreporter. E il rivedere oggi quelle immagini riprese tanto tempo fa, l’esaminarle accuratamente nei minimi dettagli (cosa che non avevo potuto fare all’epoca, quando tutto doveva essere svolto con la massima rapidità per consegnare le foto ai giornali) mi ha fatto rivivere con tanta angoscia quei momenti, quelle dolorose, drammatiche situazioni che ho vissuto e documentato”. L’intenzione – aggiunge Borsatti – è quella di lasciare la testimonianza di una delle pagine più dolorose vissute dalla nostra città quando si era giunti ormai quasi alla fine delle dominazioni straniere, durate ben undici anni, dal 1953 al 1954. “Ho voluto documentare con uno dei mezzi più efficaci e meno contestabili, la fotografia, i momenti salienti di quelle giornate. Ritengo che ai lettori più maturi, a coloro che hanno vissuto, da protagonisti o da spettatori di quei giorni drammatici, la visione di queste immagini, talvolta anche molto crude, farà rivivere (come è accaduto a me) delle profonde emozioni; e spero che ai più giovani, che solo in parte avranno sentito parlare dei “fatti di novembre”, questo libro-documento potrà raccontare visivamente un pezzo della nostra storia che non va dimenticato”.

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