|
da “Il Piccolo”, Cultura e Spettacoli, domenica 9 maggio 2004 ELIO APIH: LO STORICO FA RICERCA ANCHE SCRIVENDO VERSI E STORIE di Pietro Spirito
Fra il 1948 e il 1950, poco più che ventenne, lo storico Elio Apih fu ospite, come dice, della «Montagna incantata» di Thomas Mann. I ricoveri per il mal sottile hanno dato, nel corso del Novecento, spunto e nutrimento a molte pagine letterarie, da Thomas Mann, appunto, a Salvatore Satta e Gesualdo Bufalino, solo per citarne sono alcuni. Il sanatorio come luogo di cura e riflessione, di speculazione sulla vita e sulla morte, di rappresentazione di un dolore universale e particolare, ha spesso fornito ispirazione letteraria alle intelligenze più feconde e agli spiriti più sensibili. Così è stato anche per Elio Apih, allora giovane studioso in cerca di risposte alle molte domande che affollavano, e per fortuna ancora affollano, la sua esistenza votata alla ricerca, a «voler capire» tante cose delle faccende umane. Ed è perciò che, all'indomani delle dure esperienze di guerra (compreso l'internamento in un campo di prigionia;, alle prese con una malattia grave e pericolosa, già nutrito della lunga frequentazione con la filosofia, il giovane Apih ha imboccato il sentiero della narrativa, riempiendo nell'arco di due anni un quaderno con alcuni racconti. Apih avrebbe poi scelto con decisione la strada della ricerca, diventando uno storico dalla cui lezione nessuno, oggi, può prescindere. Il quaderno con i racconti giovanili, rimasto per tanti anni nel cassetto, adesso viene pubblicato in una sobria ed elegante edizione durata dalla Lini, con il titolo «Racconti giovanili e senili poesie». Nella plaquette, infatti, assieme ai testi narrativi giovanili troviamo quattro poesie scritte negli ultimi tre anni, a testimonianza di come la vena lirica dimostrata da Apih nelle precedenti «Poesie tenute nascoste» (Lint, 2001) sia tutt'altro che esaurita. Sono testi - i cinque racconti e le quattro poesie - di sorprendente freschezza e passo sicuro, e dimostrano una volta di più quanto la buona letteratura cresca solo sui terreni concimati dalla vita, e ad opera di chi la vita la ama davvero a dispetto di dolori e rovesci. Il diavolo Belzebu che il giorno di Pasqua legge nel cuore delle monache di un convento i loro desideri molto terreni, e le tenta con una splendida rosa («La rosa del maligno»); un ragazzo in cerca di soldi per diventare uomo con una donna di piacere («La donna»); un uomo che osserva se stesso appena morto e decide che meglio di tutto è far sparire anche la sua anima («La morte di Giovanni Polizia»); un paese dove piove birra («Un fatto straordinario»); il brano incompiuto di un naufragio («La nave»): tutti racconti di impianto classico - di una tradizione acquisita -, sorretti da una struttura formale solida e, soprattutto, dalla consapevolezza profonda nella forza evocativa delle parole. E poi le poesie, versi apparentemente frammentari -anche in francese e in dialetto -, istantanee fissate sulla carta seguendo l'illuminazio-ne di un momento, a volte cinici, a volte ironici. Come nel «Notturno», dove l'autore in calce alla poesia commenta: «Talora una chiazza di Piscio può far da specchio all'Universo. In vita mia non ho incontrato mistero più grande». Ecco: il mistero. I lampi, le epifanie improvvise dell'esistenza che possono essere colte, fermate, solo - o forse meglio - attraverso forme di rappresentazione letteraria. Lo sa bene lo storico e lo sa bene il narratore: l'uno e l'altro si scambiano strumenti, metodi e strategie nello sforzo l'uno di spiegare, l'altro di rappresentare. Questi racconti, questi versi, non sono prove occasionali di un narratore dilettante, ma fanno parte di un preciso percorso di crescita. Scrive di sé Apih nella nota in appendice al libretto: «Dopo il 1950 l'Autore ha convogliato nella storiografia le sue risorse di narratore». Viene da chiedersi se per avere un grande storico non abbiamo perso un grande narratore.
|