Da “Messaggero del Lunedì” Lunedì 3 novembre 2003

Il nuovo libro dell’editore e scrittore Hans Kitzmüller.
“ARCIPELAGO DEL VENTO”: BREVIARIO DEI RICORDI SULLE ROTTE DELLA DALMAZIA.
Viaggio sulle sponde orientali dell’Adriatico dall’”Odissea” a Marco Polo e alla Viribus Unitis.

Didatta poco ciarliero, capace di estrapolare le cose importanti, quelle che aiutano a capire (ed è questa, la maieutica, la qualità prima dei maestri). Affabulatore discreto di storie grandi in grado di scansare aggettivi come straordinario, meraviglioso, splendido (un refrigerio, per chi ascolta).
Hans Kitzmüller dice queste cose di Toni Plesic, il suo skipper da Ragusa a Spalato, ma è come parlasse di sé. E, prima di andare oltre, è il caso di precisare che si parla qui di Arcipelago del vento, ultima fatica dello scrittore ed editore di Brazzano, portolano morale e sentimentale dopo Viaggio alle Incoronate, pubblicato da LINT (220 pagine – 14.50€).
Hans e Toni, nella loro diversità, sono accomunati dalla superstite appartenenza a una medesima razza culturale, l’homo sapiens austriacus.Quella splendida, musiliana indefinitezza dei cromosomi a spaglio per l’Europa, che nel Mediterraneo fecero germogliare un giardino nordico per sensibilità e impianto, tutto radicato nell’humus meridionale. E a far sì che Bahr e Massimiliano si sentissero in patria nella Dalmazia profonda, ultimo dove che, prima del turbine napoleonico e del secolo di pace portato dall’aquila bicipite, aveva sposato in una solarità marina la concretezza veneta ai languori slavi. Modo d’essere che, nella consustanzialità del mélange, li apparenta entrambi a Predrag Matvejevic, presente sottotraccia come riferimento, evocato all’improvviso in circostanze inaspettate: corteggiatore deluso dalla coetanea croato-americana, marxista critico nell’eterodosso cenacolo di Curzola.
La prosa di Kitzmüller precisa, diretta, meticolosa a volte, mai stantia o affaticata, discende da tutto ciò. È figlia di quel senso dell’ordine, di quella salda visione delle cose resa necessaria dalle complessità del vecchio mondo, e ancor più dalla volontà di rispettarle. Senza ricerca, la semplicità si fa raffinatezza descrittiva matura e prensile. Trasmette sensorialità sin dalle prime pagine, gonfie di vento, di salmastro e d’erbe, di stridore di rondini, illuminate da un riverbero che fa splendere il biancore delle scogliere e delle antiche tessiture murarie.
È un diario, è una rapsodia di appunti e ricordi, Arcipelago del vento, ma potrebbe essere un breviario, da aprire a caso. Lo costellano gradevolissimi enciclopedismi, personaggi sbozzati con un tratteggio veloce, citazioni e divagazioni storico-filosofiche. Parla di mare e naviganti, di Meni Pek, ultimo marinaio della Viribus, di Paul Maria Lacroma, nom de plum di una scrittrice minore, ma chiama in causa anche Grillparzer, Michelstaedter, Magris, Music. Racconta delle vicende maggiori e minori che toccarono la sponda orientale dell’Adriatico, dall’Odissea a Marco Polo, dagli scontri navali tra San Marco e la Sublime Porta a quello tra Teghetthoff e Persano, poi rendiconta sul vino, il formaggio di capra, le fritture che hanno allietato una cena. Riporta leggende come quella della fanciulla di Lopud, rivisitazione del mito di Ero e Leandro, trascorre, con la disinvoltura felice del pensiero che non si pone grandi problemi di coerenza formale, alle Galapagos e a Conrad. Nello stesso modo riflette sulle implicazioni gestalt dei nomi delle isole (mai viste, eppure già corrispondenti ad un immagine evocata dal suono), sul ruolo ancillare o meno della descrizione naturalistica nella letteratura, sulle analogie tra lo scrivere e il respirare (con una visione della realtà quale respiro di Dio, azione continua, non fiato creatore nell’istante). Regala persino dimenticati bombon vernacolari, come quel menaluderi, detto dei barconi portapoveracci (recte, probabilmente, menaludri e pressoché intraducibile).
Una miscellanea che ha il sapore di un carteggio con se stesso, un procedere per stelloncini autonomi che si compongono però unitariamente come tessere di un mosaico. Alla fine affiora un sospetto di cosmogonia: la sensazione è che la visione appaia tanto seducente e vera perché reinventata. Forse è così, nel senso etimologico: un ritrovare (che nel bordeggio è anche ritrovarsi), filtrando nella luce prismatica rimbalzata dalle onde una schiatta e una storia la cui materia prima è stata fornita dal continente e lavorata dal mare. E forse di qui acquista forza il solo messaggio realmente didascalico tra le tante informazioni fornite: laggiù (quassù?), in Dalmazia, sono passati, da dominatori, siracusani e romani, bizantini e ungheresi, veneziani, e francesi e inglesi, lasciando in eredità per l’oggi una originale, profonda, insopprimibile vocazione europea.

Fra le citazioni di Bahr. Carrara e Concina.
«D’ogni popolo trovo notevoli reliquie».
Arcipelago nel vento, tre settimane di diario, con il contrappunto di note a pie’ pagina. Kitzmüller trama infatti il racconto con le reminiscenze dei suoi entusiastici predecessori dell’800. A Raguswa, cita Hermann Bahr davanti a porta Pile: «Una voce dentro di me dice: vedi Getreidegasse, quando risuona tremulo il carillon, e nelle dorate casette degli orafi dello Hradcany, e davanti alla casa delle stoffe di Cracovia, dove c’è la statua di Mickiewitcz, e sulla piazza di Trento, dove Dante leva la mano verso il nord, e a Bolzano, sulla piazza del Vogelweide, e qui, all’ombra dei Comneni, ti senti a casa, tutto questo è la tua patria, non sei altro che tutte queste cose messe insieme: capisci ora cos’è un austriaco?».
Più avanti riporta lo zaratino Francesco Carrara: «D’ogni popolo, d’ogni stata dominazione trovo notevoli reliquie. Colonie greche, i germogli di Bisanzio, Paleologo, Lascaris, Andronico, Grisogno CAtacumano. Sugli scogli di Zara i crociati abbandonarono de’malati francesi; ghibellini esiliati vennero a Zara e a Spalato; famiglie di gentiluomini ungheresi e bossinesi stabilirono il libero comune di Pogliza; molti veneti e lombardi calarono alle coste e sull’isole. Nell’avviccendamento delle dominazioni franca, croata, bussinese, ungherese, genovese, napoletana, franca, veneta, francese, tedesca, quante origini forestiere, quante novelle famiglie! La Dalmazia, per la sua posizione topografica, fu mai sempre possedimento ambito e conteso, barriera contro le furie irrompenti dall’oriente e dal settentrione, salvaguardia ai progressi della civilizzazione italiana, porto di salute alle vittime de’ politici travolgimenti d’Europa. Da ciò v’hanno tutt’ora fra noi, slavi, italiani, francesi, spagnoli, ungheresi, bossinesi, erzegovesi, albanesi, zingari, tedeschi e svizzeri. Ciò nulla di meno si possono distinguere le trazze principali tuttora notevoli sono: la slava, l’italiana, la spagnola e l’albanese».
Più metodicamente elencativo il nobile friulano Giacomo Concina: «Novantaquattro città si contavano ne’ tempi passati, quindici se ne contano a’ dì nostri, due di queste si possono paragonare alle piccole città d’Italia… Due strade contasi fino ad ora ruotabili, e queste sono, quella che da Knin conduce a Zara, l’altra che da Dernis arriva a Sebenico. A’ tempi della Repubblica Romana ve ne erano di belle, spaziose e magnifiche. Le tavole di Peutingero, l’itinerario d’Antonino ce le ricordano, ma non abbiamo illustrazioni bastanti per pèoter precisare ove un tempo si ritrovassero». «I vini vi sono ottimi, e gagliardi; gli olj paragonar si possono alla leggera squisitezza di quelli di Lucca; e la pesca benché esercitata con arti, ed ordegni analoghi alla natura dei fondi, ed alle varie correnti dell’acque, e quantunque in ogni stagione somministri cibi differenti, e saporiti: pure non è giunta ancora a fare que’ progressi che ottener si potrebbero, se più numerosa fosse la popolazione, e meglio protetta l’industria. Ecco il Tableau veritiero della Dalmazia. Io però sono d’avviso, che per ridurre questo paese in uno stato di mediocre civilizzazione, l’opera sebbene non sia del momento, possa nulla di meno realizzarsi in pochi lustri». (.l.s.)

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Da “Corriere della Sera” del 5 agosto 2003

Naufragar è dolce sulla costa dalmata
Letteratura e natura: il diario di bordo di Kitzmüller, in barca a vela da Dubrovnik a Spalato

Vagabondare a vela per la Dalmazia, carezzandone i mille scogli che rimandano il sentore di culture latine e slave e mediterranee, è un po’ vagabondare in se stessi. E alternare frammenti d’armonia assoluta, in cui per un istante di vita piena e sazia si è tutt’uno con l’acqua e la terra sfiorata, e lacerazioni individuali esaltate dalle inquietudini di un mare di frontiera cristallino e sfuggente. Hans Kitzmüller, nel suo Arcipelago del vento appena edito da Lint per la collana «Gente di mare», trasmette tra le pagine la rincorsa interiore che trasforma ogni luogo visto in un luogo dell’anima.
È un diario di un viaggio a vela da Dubrovnik (Ragusa) a Spalato. Datato con precisione musiliana tra il 7 e il 25 giugno 2002. Kitzmüller, traduttore goriziano, saggista e narratore bilingue in Austria e in Italia, autore di una monografia su Peter Handke, s’imbarca con quattro amici e con lo skipper sloveno-carinziano Toni Plesic. Il vero protagonista è quest’ultimo, con i suoi silenzi e una saggezza incolta che si scioglie nei racconti notturni del solitario giro del mondo a vela da lui compiuto in due anni. Nessuno, tra lo skipper e i compagni, manifesta un qualche coinvolgimento per gli interessi culturali dell’autore. E forse per questo il diario di viaggio gli prende la penna e si fa vagabondaggio letterario, con più di un debito, nella struttura e nel «clima», al Danubio di Magris e al Mediterraneo di Matvejevic. Ma non v’è pretesa enciclopedica: Kitzmüller dichiara anzi il proprio amore per gli scrittori minori citati senza pedanteria, «simpatici compagni di viaggio» che «non impegnano a una credibilità assoluta».
Il viaggio si conclude con l’amaro in bocca, la sparizione improvvisa dello skipper prima dei saluti. Accade perché ci si perde in mezzo alla folla, e perché il velista riceve «una brutta notizia» e corre in Austria dalla moglie malata incurabile. Ma l’autore non lo saprà che molto tempo dopo. E rimarrà sgomento per un piccolo fatto inspiegabile, sfuggente come l’uomo di mare e l’anima dalmata invano inseguita nelle sue pagine.


Roberto Morelli

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Hans Kitzmüller e Francesca CapodannoDa Il Piccolo di giovedì 19 giugno 2003

E le vele si fanno pagine, per raccontare cose di mare
Presentato, ai margini della competizione, il libro del goriziano Kitzmüller «Arcipelago del vento»


TRIESTE. Non solo vela da professionisti alla Nations’cup, ma anche l’occasione per parlare di navigazione, e per lasciare spazio ai racconti dell’unica collana interamente dedicata al mare presente nei cataloghi italiani, realizzata dalla casa editrice triestina LINT.
Vasco Vascotto con Valerio Fiandra

Tra una regata e un colpo di vento, ieri c’è stato tempo e spazio per presentare «Arcipelago del vento», libro scritto dal goriziano Hans Kitzmüller, un diario di bordo, la cronaca di un viaggio a vela lungo le isole che si trovano di fronte la costa croata tra Ragusa e Spalato.
A parlare del libro, l’autore goriziano, scrittore del fortunato romanzo «Viaggio alle Incoronate», edito da Santi Quaranta nel 1999, animato dalla passione per il mare e la vela, una passione trasmessa dal padre.

Tommaso Chieffi con Valerio Fiandra Hans Kitzmüller navigava con il genitore nelle perdute terre ora croate, alla ricerca del vento e delle origini. Ora l’autore, con una barca comoda e il timone a ruota esplora le coste dalmate, e con la finzione narrativa di scrivere un portolano – un atlante particolareggiato delle coste – racconta di isole e di sentimenti, e le sue descrizioni fuggono il reale per tuffarsi nella letteratura, nei dettagli storico letterari, che mostrano come molti autori di oggi e di ieri risultino indissolubilmente legato al mare.
Come ogni buon lupo di mare che si rispetti Kitzmüller rifugge quella che appare essere, a oggi, la via più semplice per partire a vela, legata al puro turismo diportistico, e propone il viaggio a vela come un percorso interiore, una “scuola di vita” che va ben al di là dell’ormeggiare in marine sontuose, con solerti marinai pronti a legare le barche. Le piccole isole, come Curzola, Lesina, Lagosta e Lissa diventano allora piccoli paradisi da scoprire, distanti dalla visione turistica e non vissuta delle immagini sui patinati.

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Da IL DIARIO del 06/06/03

Sogni sull’acqua
Veleggiando tra le isole della Dalmazia

Se vuoi leggere l'inizio del libro clicca qui...ARCIPELAGO DEL VENTO
Di Hans Kitzmüller
LINT (040/360396), pp. 223, euro 14,50


Andar per mare in Dalmazia è spesso un’esperienza indimenticabile: veleggiando tra le sue 1.152 isole (solo 66 abitate) si provano emozioni irripetibili. Hans Kitzmüller lo sa, della Dalmazia è un veterano (suo è il bel Viaggio alle Incoronate, uscito nel 1999 con Santi Quaranta), ma della Dalmazia non finisce mai di sorprendersi. Il racconto di Kitzmüller (uomo di antica stirpe austroungarica che vive a Brazzano, Gorizia) ottavo titolo della collana Gente di Mare, è quello di un viaggio in barca con i suoi amici austriaci (meglio, carinziani) e uno skipper sloveno di Isola d’Istria, Toni Plesic, che sembra un marinaio di Conrad: taciturno, scontroso, ma tanto abile da aver perso l’albero in mezzo all’Oceano Indiano durante un giro del mondo in solitaria ed essere riuscito, con una velatura di fortuna a raggiungere l’Oman.
Il Serengeti (nome strano per una barca) tocca le isole Elafiti (amate da Predrag Matvejevic), ovvero l’arcipelago di casa di Ragusa-Dubrovnik e quelle più grandi di Curzola (Korcula), Lesina (Hvar), Lissa (Vis) e Làgosta (Lastovo). Un viaggio al confine tra i domini di san Biagio, protettore della Repubblica di Ragusa e San Marco, protettore della Repubblica di Venezia, che nella Dalmazia meridionale possedeva le isole di Curzola, Lesina e Lissa. Un’occasione per ammirare paesaggi mozzafiato, per formidabili mangiate di pesce e incontri con chi con quei luoghi era in confidenza. Per esempio Jules Verne che in un libro non tra i più conosciuti, Mattias Sandorf, descrive la Ragusa di fine Ottocento. O con il quasi centenario Domenico Coccanig, che qualche anno fa viveva a Brazzano, uno degli ultimi reduci della marina militare austroungarica, e che raccontava a Kitzmüller la vita a bordo delle unità asburgiche durante la Prima guerra mondiale. Il marinaio passò il conflitto a preparare il pane nei forni di bordo guadagnando il soprannome che lo accompagnò fino alla morte: Meni (da Domenico) Pek (nomignolo per apprendisti fornai nel dialetto locale), non fu mai impegnato in combattimento, ma vide, a Pola, l’affondamento dell’ammiraglia austriaca, la Viribus Unitis, colpita dagli incursori italiani quando ormai da un giorno non era più asburgica e inalberava il vessillo jugoslavo.
Bellissimo il racconto di Toni che spiega come a fatto a cavarsela in mezzo all’oceano quando ha disalberato. Pensate che faccia deve avere avuto dopo un rumore tremendo, scoprendo il vuoto al posto della velatura. Per fortuna il mare era calmo, e alla martellante domanda: «Che faccio?» era riuscito a rispondersi montando un albero di emergenza con il boma (assieme all’albero era finita in acqua anche l’antenna, rendendo inutilizzabile la radio). E quando lo scrittore domanda cosa avesse provato nel portare a termine il giro del mondo a vela in solitaria, risponde: «Prima avevo un sogno, ora non ce l’ho più».


Alessandro Marzo Magno

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Da IL PICCOLO del 06/06/03

Slalom nell’arcipelago del vento. Fra le isole dalmate

Esce oggi, edito dalla LINT, il "diario di bordo" di Hans Kitzmüller del viaggio in barca a vela da Ragusa a Spalato.

Un "portolano" affascinante e inconsueto che intreccia cultura e storia di ieri e di oggi.

Da Ragusa a Spalato in barca a vela. Diciotto giorni, dal 7 al 25 giugno 2002, trascorsi di isola in isola nel mare della Dalmazia meridionale, per aggiornare un portolano adriatico per la nautica da diporto. Ma l’obiettivo pratico è niente più che un pretesto per Hans Kitzmüller, traduttore e scrittore di Brazzano (Gorizia), che nel suo "Arcipelago del vento"(LINT Editoriale, pagg. 218, euro 14,50) compila un affascinante e inconsueto diario di bordo, dove alla descrizione dei luoghi si intrecciano riflessioni letterarie, alle cronache quotidiane annotazioni storiche e culturali, e il racconto della propria esperienza di mare evoca pagine famose, ricordi di letture, grandi scrittori e autori meno noti o ormai dimenticati. Il libro di Kitzmüller, il cui primo romanzo in italiano, "Viaggio alle Incoronate" ha raggiunto la quarta edizione, è disponibile da oggi in libreria.

Ragusa vecchia, Cattaro, le Elafiti, Meleda, Curzola, Lésina, le isole Infernali, Làgosta e Lissa sono le tappe del viaggio, che si spinge anche "dentro", nel cuore delle terre, per scoprirvi la gente, i monumenti, i cibi, piccoli e preziosi reperti conservati nei musei (un esempio? A Cattaro un quaderno scritto a mano da un navigante pugliese, con la descrizione dei monti da passare per raggiungere l’entrata delle Bocche, del tempo in cui l’orientamento si basava sul paesaggio costiero).

Accanto ai luoghi geografici quelli letterari, materializzati dalle citazioni di Melville, Omero, Conrad, Verne, Mitter, Magris, Matvejevic', Giacomo Scotti e Handke, in un gioco continuo di evocazioni e rimandi. Sono i compagni ideali dell’autore, che sul “Serengeti”, una bella barca di dodici metri, ha in realtŕ compagni in carne ed ossa, Sigi, Maria, Frida ed Ernst, pronti a condividere con lui gli insegnamenti e le strigliate del loro skipper d’eccezione, Toni Plesic, più che i richiami culturali, destinati a svaporare nell’aria non senza una sottile punta di rammarico del narratore ( nella baia dell’isola di Mezzo, Kitzmüller cita Tonino Guerra - "la luna è l’unico astro che sorge dietro ai monti e tramonta nei cuori degli uomini" - ricevendone in cambio solo un commento sorridente, ma del tutto pratico, di Maria…).

Plesic si ritaglia un ruolo particolare nelle annotazioni del diario. Vive in simbiosi col vento e guida i suoi naviganti con parole sobrie e precise, sa essere un maestro dolce e al tempo stesso brutale quando le manovre non sono corrette, parla poco ma, a sorpresa, nel pozzetto della barca o in un caffè, riesce a far vibrare luoghi lontani, come le Galapagos, toccate durante il suo giro del mondo a vela in solitaria, o la steppa del Serengeti, nel nord della Tanzania, una distesa desolata e quasi priva di vita, che gli ha suggerito il nome della sua barca, ispirato alla suggestione "desertica" del mare aperto.

Toni, nato per caso in Macedonia da genitori originari della valle del Vipacco, cresciuto tra la minoranza slovena della Carinzia, ha qualcosa del vestire e del mistero dei levantini, mescolato a una mania della perfezione di chi del mare e della vela ha vissuto, e sperimenteto, tutto. È un personaggio di Conrad, anche se non l’ha mai letto. Dietro la sua sparizione, tra la folla dell’iltimo approdo, Spalato, c’è un grave motivo familiare, ma l’uscita di scena non potrebbe essere più adatta al carattere enigmatico del marinaio…

Alla fine del diario, che offre anche l’occasione di riflettere sulla Dalmazia di ieri e di oggi, Kitzmüller ripercorre l’itinerario attraverso sensazioni e profumi: le pesche nella piazza delle erbe di Ragusa, lo stridore delle cicale fra i lecci di Làcroma, gli aromi della campagna di Lesina, respirati a pieni polmoni durante una discesa in bicicletta, i tuffi dalle rocce di Susac. Suoni e odori che fanno rifluire ricordi sedimentati e recenti, tasselli di un personalissimo viaggio sentimentale.

Arianna Boria

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