Dal Il Corriere della Sera, Cultura, martedì 27 agosto 2002
DIALOGHI
Una bella foto di Pino RoveredoClaudio Magris incontra Pino Roveredo: quando uno scrittore trasforma l'emarginazione e la sofferenza in una esperienza letteraria.
L'orgoglio della tradizione triestina
Una corsa a ostacoli presi tutti in faccia

Se, come si è detto tante volte sulla scia di famose dichiarazioni di Svevo, Saba e Slataper, la letteratura triestina è caratterizzata dall'antiletterarietà, Pino Roveredo è uno scrittore triestino doc, perché è realmente arrivato alla letteratura dalla vita, da una vita che ha conosciuto l'ombra, i gironi dell'autodistruzione nell'alcol, i luoghi canonici dell'emarginazione e dell'autoemarginazione, «le perdute scommesse con la solitudine, la corsa ad ostacoli presi tutti in faccia». Capriole in salita , il suo primo libro uscito nel 1996, racconta la traversata di questo buio e l'uscita dal suo vortice con forza poetica e con una radicale originalità che permette all'autore di non cadere nei tranelli in cui un simile tema potrebbe così facilmente attirare e distruggere uno scrittore. La fama di Roveredo non ha ancora varcato come meriterebbe i confini del Nord-Est, ma la sua opera sta destando interesse nei Paesi di lingua tedesca e in Francia. Lo studioso austriaco Peter Kuon ha parlato di un suo linguaggio «a volte drastico-realistico, a volte affettuoso-ironico, a volte comico-burlesco, che consente all'autore di attraversare varie frontiere esistenziali e stilistiche», anche quella tra il possesso della parola e la menomazione fisica che, come quella dei suoi genitori sordomuti, la impedisce e costringe a un altro linguaggio. In che senso, chiedo a Roveredo, ciò ha influito sulla tua scrittura?
ROVEREDO - Basti pensare che per l'uso della comunicazione, prima che il movimento della voce io ho imparato, dai miei genitori, il movimento delle mani. Il linguaggio dei gesti, oltre l'attenzione assoluta dello sguardo, richiede anche la capacità di costruire il dialogo con le dita, dita che con la libertà di una fantasia possono differenziarsi nello stile fino a diventare la proprietà di un dialetto personalizzato. Ecco, con quell'uso, dopo che i miei cari se ne sono andati, ho iniziato a scrivere o, se vogliamo, a trasferire sulla carta il movimento delle dita...
MAGRIS - Sì, anche questo aiuta a spiegare la tua mescolanza di sanguigno realismo, pietas, umorismo e guizzi di fantasia visionaria. Questo ti permette di raccontare il buio e l'indegnità dell'esistenza, ma anche l'ordine, l'armonia, la fraterna allegria. Penso soprattutto - fra i numerosi libri che hai scritto e che ovviamente sono di valore diseguale - al tuo secondo volume, Una risata piena di finestre , e non tanto al racconto lungo che gli dà il titolo, a mio avviso meno convincente, quanto a molti fulminei testi brevi, istantanee ed epifanie del quotidiano, fra le quali ci sono dei veri piccoli capolavori, come Mandami a dire . Hai scritto pure testi teatrali e hai anche adattato per il teatro alcune tue opere narrative, come Ballando con Cecilia - portato felicemente sulle scene - la cui protagonista, realmente esistita, ha trascorso la sua intera vita in manicomio. A parte l'esperimento riuscito con questo romanzo, non pensi che possa essere pericoloso, snaturante «adattare» un testo, scrivere in altra forma una storia nata con un suo diverso ritmo e respiro?
ROVEREDO - Forse è un rischio consapevole, perché dopo sei anni di lavoro con la mia «Compagnia Instabile», dove con i ragazzi affetti da un male di vivere abbiamo rappresentato, componendo insieme vari testi, gli umori del disagio, spesso producendo benessere, ho pensato che in generale certe storie possono usufruire del movimento teatrale. Così è stato per il ballo senza musica del manicomio di Cecilia e così spero sarà per i ricordi senza gambe delle mie Ca priole .
MAGRIS - In un intenso passo di Capriole in salita il protagonista-narratore guarda un viso amato e doloroso e dice di sapere quali rughe, su quel viso, portano la sua firma. La tua esperienza ti ha insegnato che bisogna pagare i debiti - verso gli altri, la società, la legge - e aiutare gli altri a pagare i loro e a risollevarsi. Forse anche per questo ti sei messo, da anni, al servizio di chi per sua colpa o disgrazia vive nell'emarginazione, nel buio. Hai lavorato e lavori in varie realtà di disagio giovanile, impegnando in quest'opera te stesso e la tua scrittura: hai messo in scena spettacoli con tossicodipendenti e malati di Aids, chiamandoli a collaborare alla stesura e alla rappresentazione dei testi, hai lavorato con i detenuti del carcere di Trieste e con gli assistiti dai centri d'igiene mentale, coinvolgendo a fondo la letteratura in quest'opera di riscatto. Questo impegno meritorio sollecita due domande. La scrittura può contribuire a questa risalita dagli inferi e in che misura, secondo la tua esperienza? Inoltre non rischia di adulterarsi, sia pure per nobili ragioni umane, di perdere la sua irrinunciabile libertà, il suo sguardo necessariamente spietato, di piegarsi a fini morali degni di ogni lode ma fatali alla sua libera creatività?
ROVEREDO - Per me, come per tanti che scivolano nel silenzio della solitudine, la scrittura è l'ultima voce, la voce intima che può trovare il coraggio di scavare nella disperazione, a volte fino a toccare e a rovesciare il fondo della coscienza, e trasformarsi in un impulso, quasi in un'energia fisica, che trova la scorciatoia per uscire dal male. La scrittura dà la libertà di vincere la paura della memoria, e convincersi che nessuno è irrecuperabile. Proprio per pura azione egoista, io continuo a salvarmi... aiutando altri a salvarsi. Quanto alla seconda domanda, le due scritture talora si assomigliano, ma non si toccano veramente mai e il passare dall'una all'altra è una fatica, anche stilistica. Una è una scrittura che nasce dal senso del dovere, e quindi costa; l'altra, quella inventiva, dalla libertà. Certo, possono, a seconda, arricchirsi o danneggiarsi a vicenda; per questo è necessaria, in qualche modo, la loro consapevole scissione.

IL PERSONAGGIO
Storia di Pino, da operaio ad artista
Pino Roveredo è nato nel 1954 a Trieste da una famiglia artigiana: il padre era calzolaio. Dopo varie esperienze di vita disordinata, ha lavorato per anni come operaio in fabbrica: prima la «Dukcevich», specializzata in salumi insaccati, e successivamente la «Colombin», che produce tappi di sughero. Oggi fa parte di varie organizzazioni umanitarie che operano in favore delle categorie disagiate. Fra i suoi libri, tutti pubblicati dalla casa editrice Lint di Trieste, ci sono: «
Capriole in salita», del 1996, «Una risata piena di finestre» (1997), «La città dei cancelli» (1998), e «Ballando con Cecilia» (2000

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Dal Corriere della Sera, III pagina, giovedì 11 aprile 2002
Scoperte
Lo scrittore presenta al pubblico francese due autori sconosciuti ma di grande personalità
Con Magris Parigi conosce la "triestinità"

Parigi – La "Tour de Babel" è un luogo d'incontri e di scoperte più che una libreria italiana racchiusa tra le antiche mura del Marais. Martedì sera Claudio Magris, che è una presenza costante nel divenire dell'intellighenzia parigina, ci ha fatto conoscere due autori, anzi li ha, diremo, inaugurati perché, come ha fatto notare il neoprofessore del Collège de France, sono ingiustamente relegati nel limbo degli scrittori semiclandestini. I loro nomi: Juan Octavio Prenz e Pino Roveredo. Il primo è un argentino che, dopo essere sfuggito alla dittatura militare, si è stabilito a Trieste dove insegna letteratura spagnola. Il secondo è un personaggio meno solare avendo vissuto tra il carcere e asili psichiatrici un'esperienza tragica e preziosa nello stesso tempo.
Sono due identità letterarie che si integrano, pur nella loro diversità, in quella "triestinità" da cui è pervaso anche Magris. Si parla di Trieste come frontiera di una galassia culturale, come ultimo bagliore della leggenda mitteleuropea, come matrice degli eventi e uomini singolari, spesso "inesplorati". Se non ci fosse stato Joyce, l'Europa avrebbe apprezzato nel suo giusto valore Svevo? E chi sapeva di Prenz e Roveredo?, ha insistito Magris.
Vai al catalogoAltri hanno messo sotto accusa il rigetto sistematico del "manoscritto sconosciuto" da parte degli editori e delle loro burocrazie. Forse è questa una delle tante cause della mediocrità della produzione letteraria francese e italiana. Solo gli eletti, parola che ricorre nel Vangelo, hanno diritto all'editor che legge le loro opere.
Prenz può essere definito un esempio di scrittore sudamericano mitteleuropeo. Il suo ultimo romanzo, intitolato La favola di Innocenzo Onesto, il decapitato (Marsilio), narra di un uomo che si fa tagliare la testa per farsi trapiantare quella di un mostro. Poi agisce come un mostro, ma recupera a mano a mano la sua umanità. È una parabola contro la dittatura, contro ogni potere che costringe le persone a rinunciare a una parte della loro umanità. Cosa c'è di più attuale? La stessa domanda ci si pone leggendo il romanzo di Pino Roveredo, Capriole in salita (LINT). Se non fosse stato scoperto per caso, ben pochi avrebbero conosciuto i suoi personaggi tracciati nell'ombra, ben pochi avrebbero saputo della tentazione di buttare via la propria vita e, soprattutto, della dolorosa dolcezza della follia.
Ulderico Munzi

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Da IL PICCOLO, giovedì 11 aprile 2002, in Cultura
LETTERATURA Magris, Prenz e Roveredo alla libreria "Tour de Babel"
Storie triestine di carta. A Parigi
L'autore di "Danubio" ha presentato i due scrittori e amici

PARIGI - Che esista una letteratura triestina, borghese per eccellenza, fiorita negli anni dello splendore economico e commerciale di Trieste, non ci sono dubbi. Ma che nell'anno di grazia 2002 nel pieno centro di Parigi, una piccola ma attiva e vitalissima libreria italiana dedichi un incontro a quella che viene definita "un'altra letteratura triestina" non è cosa di tutti i giorni. Tanto più che a parlarne, in un francese fluente se non impeccabile, chiama Claudio Magris, il nume tutelare della triestinità in letteratura.
È Magris che si incarica di presentare al pubblico parigino due autori di questo nuovo filone, Juan Octavio Prenz e Pino Roveredo. Il fatto, lusinghiero per la letteratura di Trieste, è avvenuto nel pomeriggio di martedi scorso, nel cuore del quartiere parigino più frequentato dagli italiani, il Marais, a pochi passi dalla monumentale chiesa di Saint Paul. "Non sono molti gli incontri che organizziamo nel corso dell'anno - racconta il signor Fortunato, titolare della libreria italiana "Tour de Babel" di rue de Roi de Sicile - in genere scelgo autori che conosco, ma questa volta ho fatto un'eccezione per Claudio Magris che è stato il primo a parlarmi di Juan Octavio Prenz e di Pino Roveredo. Nel corso di una mia visita a Trieste ho avuto il piacere di conoscerli e di leggerli. Ed eccoci qui...".
Nel presentarli al pubblico che prende d'assedio e rapidamente esaurisce i posti a sedere che sono stati disposti sulla superficie di vendita, Magris ricorda, a proposito della letteratura triestina classica, quella che Scipio Slataper in "Il mio Carso" definisce la difficoltà se non l'impossibilità di definirsi. E' una letteratura, quella triestina, alla cui base è proprio l'inesistenza di un'identità che genera, in una sorta di mésaillance tra Apollo e Mercurio, a una produzione variegata i cui principali rappresentanti oltre ai più noti Svevo, Saba, Slataper e Stuparich del passato, sono i Voghera, i Mattioni, i Vegliani di ieri, oggi i Bettiza, i Renzo Rosso. Per non parlare di Fulvio Tomizza, che ha arricchito il filone borghese di un carattere in un certo qual senso rurale.
Accanto a questi autori di una letteratura che ha una precipua originalità anche commerciale, e fuori da questa tradizione, Juan Octavio Prenz e Pino Roveredo rappresentano un altro volto di Trieste. Prenz, poi, è paradossalmente uno scrittore triestino che ha iniziato a scrivere in spagnolo, essendo argentino di nascita, sia pure di padre croato triestino, emigrato a suo tempo in America Latina. È la sua, spiega Magris, una voce che non assomiglia a nessun'altra. E non ha scritto molto questo sudamericano mitteleuropeo pigro quanto Borges. Pure il suo "La favola di Innocenzo Onesto, il decapitato", pubblicato in Italia da Marsilio, è stato tradotto in francese dall'editore L'Harmattan.
È, invece, in corso di traduzione, e a occuparsene è Pierrette Cécile Buffaria, la traduttrice francese di Marisa Madieri, il primo libro di Roveredo "Capriole in salita", edito in Italia da Lint. Magris definisce Roveredo una sorta di Bukovsky triestino, la cui esistenza, fedelmente riportata sulla pagina scritta, è vissuta come una corsa a ostacoli presa in pieno petto.
Per far conoscere al pubblico parigino i due autori, un'ex attrice, oggi cineasta di valore come Livia Giampalmo (interessata, pare, a portare sul grande schermo "Capriole in salita"), ne legge alcuni brani in italiano, seguita a ruota da madame Buffaria che li rilegge in francese. Il pubblico, e fra gli altri ci sono l'autrice di "Bora" e del recentissimo "Femminile irregolare", Anna Maria Mori, e i giornalisti Ulderico Munzi e Antonio Leone, ascolta, interviene, partecipa. Poi la parola passa agli autori.
Prenz racconta di come il suo romanzo sia realistico anche se i due fatti più importanti che racconta siano, per quanto veri, inverosimili. Il risultato è un libro comico e tragico allo stesso tempo, come la vita in fondo. Roveredo rievoca le numerose bocciature che la vita gli ha inflitto, il ricovero psichiatrico nell'era prebasagliana con le bastonate degli infermieri e gli psicofarmaci, poi l'esperienza, dura, del carcere. "Ho iniziato a scrivere per non morire di solitudine... Ma il destino mi ha offerto, dopo tante bocciature, anche una promozione. Mia moglie che mi ha spiegato che cos'è la vittoria dopo tante sconfitte".
Attraverso l'esperienza del disagio e grazie all'attività, in qualche modo catartica, della scrittura, Roveredo ha scoperto che la vita puo essere riguadagnata. In questi giorni la versione scenica del suo libro "Ballando con Cecilia" riscuote successo al Teatro Cristallo, Parigi, grazie a Claudio Magris, gli apre le braccia. Cosa desiderare di più?
Rino Alessi
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