Il
Piccolo del 11/09/03 in Cultura e Spettacoli
Società: Il 15 settembre arriva nelle librerie un volume coordinato
da Guido Botteri e pubblicato da LINT.
Cattolici a Trieste: una storia di frontiera
In minoranza all’inizio del ‘900 sono diventati ben presto protagonisti
Leggendo le vicende della Chiesa
triestina nel Novecento, raccontate in «Cattolici
a Trieste» (pagg. 288, euro 17,50), che la casa editrice
LINT distribuirà nelle librerie il 15 settembre, viene in mente il
fatto che forse normalmente non ci rendiamo appieno conto di quanto ruvido
e crudele sia stato il Novecento nelle nostre terre. La storia della diocesi,
con tre vescovi costretti alle dimissioni prima del tempo, un quarto aggredito
nei giorni confusi del secondo dopoguerra, e spostamenti di parrocchie a seguire
il muoversi dei confini, non è certo una storia «normale».
Se poi aggiungiamo il fatto che la presenza della Chiesa in una società
profondamente «profana» è inevitabilmente una presenza
minoritaria, abbiamo il quadro di un cattolicesimo di confine, immerso nelle
vicende della storia, ma capace anche, nei suoi uomini migliori, di riscattarsi
dalle povertà delle vicende umane e di reagire.
Il volume è una storia vera e propria, intrecciata però in maniera
del tutto insolita, attraverso le parole di uomini di Chiesa, storici, studiosi,
pastori. Un’antologia dalla costruzione difficile e quasi certosina,
realizzata da un gruppo di collaboratori coordinati da Guido Botteri. È
naturale che a emergere siano soprattutto i vescovi: in proposito viene sempre
alla mente la figura monumentale di Antonio Santin, ma il volume riporta in
evidenza esperienze meno note, come quella di Angelo Bartolomasi, prete-soldato
capace di fare intervenire il Papa in difesa dei cattolici sloveni e croati
aggrediti dal nascente fascismo; poi Luigi Fogàr, protagonista di una
instancabile opera di resistenza alle richieste del totalitarismo; il libro
poi mette nel giusto rilievo l’opera paziente e instancabile iniziata
da Lorenzo Bellomi e proseguita da Eugenio Ravignani nel cercare di curare
le ferite lasciate dalla storia, dalle guerre, dalle divisioni nel mondo dei
fedeli e nella società.
Il merito maggiore del volume, tuttavia, è quello di portare in primo
piano vicende meno «visibili», come quella di Jakob Ukmar, la
cui esperienza è tratteggiata in maniera completa, o di Edoardo Marzari,
ricordato da tutti per la sua opera assistenziale, ma in verità meritevole
di attenzione per un’esperienza ricca e appassionata sul piano sociale
e politico; o il sofferto e complesso percorso di vita e di pensiero di Marcello
Labor.
Una costruzione così articolata, che integra interventi scritti oggi,
documenti d’epoca, brevi schede biografiche, richiede un’unica
avvertenza: il quadro completo è possibile solo leggendo l’intero
volume e arrivando in fondo; impresa peraltro facile perché ciascun
capitolo è breve, molti sono coinvolgenti e tutti contrassegnati da
una tensione notevole. Nella maggior parte i testi sono stati scritti apposta
per questo libro; quelli già pubblicati lo sono stati in documenti
diocesiani, o pubblicazioni del mondo cattolico, o in studi particolari.
Tra i materiali inediti di eccezionale interesse, c’è un «rapporto»
scritto da Francesco Luigi Ferrari nel 1919 su «L’organizzazione
ecclesiastica e il clero della Venezia Giulia». Ferrari era un ufficiale
della III Armata, aggregato all’Ufficio informazioni dello stato maggiore.
Dopo aver scritto i suoi lucidi rapporti, Ferrari ritornò nella sua
Emilia, dove fu figura rilevante del Partito popolare; antifascista morì
esule a Parigi nel 1933.
Una strada lunga e tortuosa, quella percorsa dai cattolici triestini; partiti,
agli inizi del ‘900 da una situazione di minoranza, con presuli di nomina
imperiale, e perciò impopolari presso la gran parte della popolazione,
e con la società permeata da spinte socialiste e liberalnazionali,
sicuramente distanti dalla Chiesa; e approdati, con una posizione a lungo
egemone, nell’Italia democratica, senza che i caratteri sostanzialmente
profani della società triestina si fossero modificati. Questo libro
disegna la ricchezza del percorso, fino alla presenza «missionaria»
prefigurata dal vescovo Bellomi per la comunità ecclesiale triestina;
una ricchezza che fa si che oggi siano quasi solo i rappresentanti del mondo
cattolico a rammentarci le aree di povertà e di solitudine che Trieste
riesce bene a mascherare, ma che non riesce a curare.
Fabio Amodeo