Da IL GAZZETTINO, lunedì 8 aprile 2002, in Cultura
Vai al catalogo TEATRO "Ballando con Cecilia" a Trieste
Tra follia e buonismo si fa strada la retorica

Trieste
Se qualcuno ha scritto che "la follia è assenza d'opera", la sensazione è che in quest'opera "Ballando con Cecilia" di Pino Roveredo, andata in scena alla Contrada per la regia di Francesco Macedonio, ci sia assenza di follia. O meglio, quello che si vede è una "rappresentazione" della follia, che sguscia in un testo forse un po' troppo ideologizzato per dirigersi diritto a qualcosa che è già non solo poco rappresentabile, ma forse proprio il contrario del rappresentare. Sul palco gli attori li conosciamo tutti, dalla protagonista Ariella Reggio a Massimo Somaglino, Maria Grazia Plos e Maurizio Canali. Alti e bassi per quasi tutto il cast, forse per dialoghi che spesso dondolano in pura retorica, ad eccezione del bravo Maurizio Zacchigna, che nella gestualità del corpo ci fa dimenticare per alcuni istanti che cos'è la salute mentale.Si sarebbe dovuto vedere, sentire, trattenere il disagio di un quartiere psichiatrico, meglio conosciuto come padiglione "I" dell'ex manicomio di Trieste. E lì, in quella parte del comprensorio si svolge il viavai di un operatore che tenta, per quanto possibile, di ridare alle persone una qualifica umana, di ricollegarle a un tempo che si è perso nei muri manicomiali e in quelli della loro mente.Ma non basta un orologio appeso che segna perennemente le 16 e 40. Non basta un delirio ossessivo di frasi meccaniche o di omaggi a quella piccola parte di memoria che si decide di conservare. Non bastano corrierine della bontà, abbracci mezzi illuminati e danze più politiche che poetiche. O forse per qualcuno (molti) sono sufficienti, aprono il cuore a una città che, in mezzo alla follia ci è passata, l'ha vissuta, l'ha incontrata per strada. Eppure fotografata così, messa in una scena istituzionale, teatrale, insomma rappresentata, la follia non può che diventare altro da quello che è (e che non conosciamo): buoni sentimenti, buona volontà, buone intenzioni eccetera, utili tutt'al più a metterci in pace con noi stessi, a rassicurarci.
Mary Barbara Tolusso
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Da IL PICCOLO, domenica 7 aprile 2002, in Cultura
TEATRO La Contrada mette in scena «Ballando con Cecilia», pièce tratta dal romanzo omonimo di Pino Roveredo
Se la follia è l'indifferenza dei normali
Al Cristallo intensi momenti corali alternati, però, a cadute di tensione

TRIESTE - Sono frammenti di memoria. Escono dalla polvere a poco a poco, si fanno spazio tra un mare di indifferenza, quella dei «normali», e un lago di crudeltà, quella di un luogo, il manicomio, che, per fortuna, non esiste più. La rivoluzione basagliana ha sancito per legge la chiusura di quel luogo di contenzione, di sofferenze, di ingiustizia, dove le persone diventavano non persone, oggetti da picchiare e da «guarire» a suon di scariche elettriche e bagni gelati. Cecilia era una di quelle persone. Ora la sua storia è diventata pièce teatrale grazie allo scrittore Pino Roveredo che l'ha raccontata nel suo ultimo romanzo «Ballando con Cecilia» e l'ha trasposta in forma drammaturgica, e alla Contrada che l'ha prodotta. Il regista Francesco Macedonio ha diretto il pool attoriale formato da Ariella Reggio (Cecilia), Massimo Somaglino (l'operatore), Maria Grazia Plos (Amalia), Riccardo Canali (Berto), Maurizio Zacchigna (Paolino), Paola Bonesi (Marietta) e Carlo Moser (l'uomo della fisarmonica). «Ballando con Cecilia», dopo la "prima" di venerdì, rimarrà al Teatro Cristallo sino a domenica 14.
Per lunghi anni la follia è rimasta invisibile, chiusa tra le mura del manicomio, quasi che i triestini avessero paura di un irrazionale «contagio». E la rappresentazione, non caricaturale, della follia ha ricevuto una rimozione parallela nei luoghi non deputati ad accoglierla. Le reazioni del pubblico abituale della Contrada hanno dunque svolto il ruolo di un vero e proprio esperimento sociologico. All'inizio, infatti, nonostante il contesto scenico suggerisse una situazione drammatica, il pubblico ha preferito porre lo spettacolo nella casella più rassicurante delle commedie che di solito si vedono alla Contrada. E a questo ha contribuito la cifra registica di Macedonio, sempre tesa a non disturbare l'equilibrio tra momenti forti e momenti leggeri. Ma poi, grazie soprattutto alla scrittura esperenziale di Roveredo, alle interpretazioni di Massimo Somaglino e di Maurizio Zacchigna e ad alcuni momenti corali intensi, che però si sono alternati a cadute di tensione e ad eccessivi alleggerimenti, il pubblico si è accorto che non era la solita commedia. E alla fine ha applaudito calorosamente.
Nel frattempo, al vecchio padiglione «I» è subentrata una moderna organizzazione che ha tagliato i ponti con un passato di irregimentazione e di clausura della follia. Ora la follia dello stigma si è mescolata alla follia quotidiana, si è allargata verso il territorio prima riservato ai «normali». Ma l'impressione è che, nonostante la caduta dei muri di cemento, i muri mentali siano ancora ben saldi. E che la follia della ragione non abbia ancora riconosciuto le ragioni della follia.
Stefano Crisafulli
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Da IL PICCOLO, giovedì 4 aprile 2002, in Cultura
L'infelicità sconosciuta di Cecilia, reclusa in vita

TRIESTE - Debutta domani, alle 20.30, al Teatro Cristallo «Ballando con Cecilia», riduzione teatrale di Pino Roveredo tratta dal suo stesso omonimo romanzo, pubblicato dalla casa editrice Lint di Trieste. Il contesto della storia è quello drammatico dei manicomi e del popolo infelice e sconosciuto che è rimasto a vivere in reclusione anche dopo la discussa legge Basaglia, che ha restituito al mondo e alle loro famiglie tanti "malati di mente". Molti di loro, ormai anziani, non sono mai usciti dai confini dell'ospedale psichiatrico e hanno continuato a trascinare la loro esistenza rinchiusi tra le mura reali del manicomio e quelle immaginarie della loro mente. Cecilia è una di questi. Nel padiglione "i", una vecchia casetta situata dentro il comprensorio dell'ex manicomio di Trieste, da oltre sessant'anni gira la storia senza storia di un gruppo di anziani, iniziata prima con la condanna pesante dell'internamento psichiatrico, proseguita poi con il riposo silenzioso della residenza. Persone che per sessant'anni hanno ignorato la storia dei sani che ha girato oltre la costrizione dei portoni e delle mura, qualcuno per l'assenza naturale dell'alienazione, qualcun altro invece, come Cecilia, con la protesta di chi è consapevole di subire un'ingiustizia, e per questo, alza un muro dentro la memoria, riservandosi solo un piccolo spazio dove far girare all'infinito i ricordi dei suoi trentasei anni di libertà, mantenendolo lucido e pulito come un presente. Comincia in questo modo il racconto di Roveredo sul suo incontro con la dura realtà degli ospedali psichiatrici: accettando per un breve periodo l'incarico di "operatore" lotta diverse settimane per entrare nella cerchia dei malati, per farsi accettare, riconoscere da loro e riuscire a strapparli all'autoisolamento in cui si sono trincerati. Le resistenze maggiori le oppone proprio Cecilia e solo con infinita pazienza e perseveranza l'"operatore" riesce ad entrare in contatto con l'anima più profonda della donna, ma il rapporto che si instaura tra i due è fragile e rischia di spezzarsi continuamente.
«Ballando con Cecilia» è diventato la scorsa estate uno spettacolo teatrale, prodotto dalla Contrada-Teatro Stabile di Trieste per la regia di Francesco Macedonio e rappresentato prima all'Arte Festival di Todi e successivamente al Mittelfest di Cividale.
Da domani al 14 aprile la drammatica vicenda di Cecilia viene presentata al Cristallo, nell'interpretazione di Ariella Reggio, Massimo Somaglino, Riccardo Canali, Maria Grazia Plos, Paola Bonesi, Maurizio Zacchigna e Carlo Moser. Le scene sono di Tania Bucur, i costumi di Fabio Bergamo, le luci di Bruno Guastini e le musiche di Carlo Moser.
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