«Deadsexy», buon debutto giocato fra l’intimistico e il generazionale
GIULIA C'E'
Quanti anni ha Giulia? 18, 29,43…. Quanti nomi ha Giulia? Tutti quelli dei personaggi di cui scrive. Meno il suo. E tanto vi basti per comprendere quanto intervistare Giulia ha più a che fare con il genere videoclip che con quello giornalistico. Ma, del resto, per una giovane donna che "usa l'inglese come seconda lingua di sistema", che quando scrive "lascia che i personaggi parlino tra di loro, io li ascolto", che quando parla muove il volto e il corpo in modo estremamente espressivo… beh, forse solo una complilation di videoclip potrebbe bastare. Eppure una Giulia c'é. E sa quello che vuole. Lo sa più nei comportamenti che ha che nei commenti ad alta voce cui sottopone, come fossero didascalie di un fumetto, quasi ogni atto che compie. Qualche esempio: fra le pareti delle tempie ha già preparato e limato il discorso di accettazione dell'OSCAR che le sarà attribuito – "miglior attrice? Sceneggiatura originale?" "Non so, va bene tutto" – per la versione cinematografica di Deadsexy, ma poi, alla domanda "Parlami del libro che stai scrivendo", risponde secca "No, se lo faccio non lo scrivo bene", come una professionista della scrittura narrativa. Ecco il punto: Giulia è una scrittrice. Lei dice che scrive "per farsi compagnia", e che tale è la sua smania di comunicare con più persone possibile nello stesso tempo che non poteva non tentare di pubblicare i romanzi che ha scritto. E poi Giulia ha una faccia facciosa, da comunicativa totale. Gli occhi parlano, la bocca – le rare volte che sta zitta – tradisce i pensieri multipli che le passano per la testa quando ascolta. Come andrà il suo romanzo d'esordio, se avrà il successo che merita è questione di fortuna. Per il momento, a meno di un mese dall'uscita del suo romanzo d'esordio, i dati parlano chiaro: circa 200 copie vendute, recensioni positive, attenzione sia a livello locale che nazionale. Personalmente credo che Giulia otterrà in futuro risultati eccellenti perché sa scrivere e perché ha la gioiosa caparbietà per insistere. Per l'OSCAR dovrà aspettare un pochino, è vero, ma, intanto, due case di produzione cinematografica stanno vagliando la proposta che un giovane regista italiano ha loro presentato subito dopo aver letto il romanzo…
RITA INVENTA
Se qualcuno sta leggendo Deadsexy, il merito è soprattutto di Rita Siligato. Editor della LINT da cinque anni, Rita – oltre a curare l'editing di tutti i testi narrativi pubblicati, dai romanzi di Roveredo alle Fiabe per Sashenka - ha inventato il progetto "Trieste: meno 18", dal cui laboratorio sono già uscite le due antologie di racconti scritti da giovani scrittori triestini e il romanzo di Giulia Blasi. " La soddisfazione di veder realizzata in così breve tempo – dice Rita – un'idea semplice cui però nessuno sembrava aver ancora pensato, compensa del grande lavoro professionale ed umano che è necessario per coltivare le doti narrative dei ragazzi e delle ragazze che si sono avvicinati a noi. " In realtà Rita ha saputo dare ascolto alla straordinaria energia creativa di giovani che, vinto il riserbo e la diffidenza che provavano nel sottoporre ad altri ciò che scrivono, hanno 'tirato fuori dal cassetto' i propri lavori e glieli hanno sottoposti. "Spesso ciò che mi arriva – via posta o mail – non è abbastanza buono o già perfettamente realizzato, ma ci sono straordinarie eccezioni, come nel caso di Giulia. Inoltre posso – nei casi che lo meritano – lavorare con lo scrittore, per suggerirgli la via da prendere per rendere più efficace la storia che vuole raccontare, o per incoraggiarlo a ri-scriverla, o ancora per leggere un certo libro dal quale immagino potrà ricavare ispirazione o modello. " Rita è insomma - per i giovani autori che da un paio di anni frequentano la redazione della LINT- un po' un'amica e un po' una maestra, rigorosa come una zia saggia, che si può però anche contraddire. Un altro risultato del laboratorio editoriale LINT è visibile in rete all'indirizzo www.linteditoriale.com. Il sito è stato infatti realizzato da Rita con la complicità di Alex, 18 anni. Mentre è in fase di lancio la terza edizione di TRIESTE: MENO 18 (informazioni scrivendo a segreteria@linteditoriale.com) Rita sta lavorando ai testi che, lo vedrete, diventeranno i romanzi dei giovani autori triestini del futuro.
GIULIA
Ho cominciato a scrivere a 14 anni, perché mi sentivo
sola.
Quando scrivo io mi racconto una storia: faccio da medium ai personaggi, li ascolto parlare e loro dicono cose che io neanche mi aspetto a volte dicano: Io vivo la storia nel momento in cui la sto scrivendo
Stavo pensando a una storia satanica, …poi è cambiato tutto: perché Benny, il personaggio che era nato semplicemnte per girellare attorno alla storia e non far nulla , è arrivato e si è portato via la storia: mi ha proprio detto; questa storia è mia.
Non vorrei essere un uomo, se non in certi momenti, e solo per questioni di libertà.
La musica entra nelle mie pagine perché ci sono suggestioni che solo la musica può dare.
Tu non sai cosa vuol dire essere un genitore. E' questa frase qui che è un'arma terribile in pugno a loro, ai genitori. E il peggio è che noi figli non possiamo mai rispondere loro: E tu non sai cosa vuol dire essere un figlio!
Per me l'avventura nel mondo della parola è appena iniziata: posso fare tutto, o no?
RITA
Deadsexy funziona perché è una storia di qui e ora che racconta cose che non hanno tempo.
Deadsexy ricorda IL GIOVANE HOLDEN, di Salinger, perché parla di quanto possa essere doloroso avere sedici anni; ricorda i personaggi di alcuni libri di COLETTE, perché anche quelli di Giulia sono spudorati e casti, sensuali e puri; e fa pensare anche a Fitzgerald, perché lui ha raccontato meglio di tutti la bellezza, la freschezza della gioventù, di ciò che non si ripeterà più.
Con alcuni ragazzi e ragazze di TRIESTE: MENO 18 è nato una specie di laboratorio, molto libero e volontario, utile per scambiare opinioni e consigli, anche se non diventeranno tutti scrittori. La cosa bella è che lavoriamo insieme, ci siamo reciprocamente d'aiuto, e tutto mentre ogni cosa è ancora all'inizio, prima di ogni deformazione professionale.
Come avverte l'editore, è un libro adatto a un'età da quindici anni in su: lo stile sciolto e "prensile" di Giulia Blasi rivela i problemi reali, le piccole manie, le abitudini dei ragazzi e degli adulti qui e ora. Tutto questo senza mai perdere di vista l'umorismo che anzi intride questa istantanea scandita in 176 pagine stampate. C'è un po' di Fitzgerald, un pizzico di Colette, soprattutto l'attualità di una gioventù scandalosamente pura, infantilmente sensuale, sensualmente adulta.
Giulia Blasi è stata studentessa, scout, cantante in un gruppo, attrice per diletto e traduttrice professionista. Ma ciò che meglio le risulta - sono parole sue - è lo scrivere.
Di questa sua opera prima, che intende essere un giallo, pubblichiamo
un ampio stralcio del primo capitolo.
Non è stato male, nel periodo dopo il funerale di Tobia. I giorni peggiori sono stati gli ultimi, salutarlo ogni sera sapendo che potevamo non rivederlo la mattina, vederlo soffrire, perfettamente cosciente. È stato, prevedibilmente, molto brutto. Benni è venuto tutti i giorni, ma non è mai entrato in casa. Al piano di sopra Tobia stava morendo, e io stessa avrei preferito non viverci, a volte. Quando di notte mi svegliavo e sentivo la mamma che dava il cambio a papà, andava in bagno a vuotare il pappagallo. Sentivo a volte il rumore delle macchine, il cuore di Tobia che sibilava su uno schermo. Poi chiudevano la porta e Tobia spariva con la sua morte silenziosa.
Lo so cos'è che fa male della morte, adesso lo so. La persona che se ne va, la stanza vuota, non sono niente. Una può sempre sedersi sul letto e fingere che suo fratello sia ancora lì, accendere il suo stereo, aspettarsi che lui rientri e la cacci via. Tobia non era uno che a casa ci stesse molto, quindi non è troppo difficile. L'ho anche fatto, nei due giorni prima del funerale, ma poi ho smesso, perché mi sembrava un gioco idiota, un ottimo modo per farmi del male o diventare del tutto matta.
Allora ho cominciato a stare davvero male. Perché è lì che ti becca, quando ti rendi conto che l'uomo se n'è andato, ma le cose sono esattamente uguali a prima, e non dico solo il sole che si alza e tramonta e tutte le altre banalità letterarie: dico le cose tue, le cose che fai ogni giorno, sono le stesse. Ti alzi, vai a scuola, mangi, vai in bagno, ti lavi, ti strizzi i brufoli e non senti la mancanza del fratello che hai perso, solo questo dolore che non capisci cosa sia.
È quasi meglio sentirla, e allora torni in camera sua, accendi lo stereo, metti i Dandy Warhols, ti sdrai sul letto dove lui è morto senza poterti davvero salutare, e ci pensi, pensi che tuo fratello se n'è andato. Ma non ti viene in mente neanche un ricordo, bello o brutto. È tutto vuoto. Pensi solo a com'era quando si disfaceva nel letto con lo sguardo fisso e cieco, intontito dalla morfina.
Per Benni è stato particolarmente difficile, anche se ci conosciamo da tanto tempo e ci vogliamo tanto bene. Ma poi ha fatto una cosa bella. Mi ha chiesto se mi dispiaceva se nominava Tobia, se mi faceva stare male. Mi ha detto che per lui era difficile, aveva paura di farmi stare peggio, perché lui non sapeva cosa si prova a perdere un fratello in questo modo.Lui conosceva bene Tobia, ma non avevano mai legato troppo, questa è la verità. A Benni dispiace per me, e un po' anche per lui, ma non nello stesso modo mio.Chiaro.
Ok, dopo questa melensaggine di Benni le cose sono andate meglio. Intanto non dovevo più fare finta che non fosse successo niente. Ed ero più rilassata. Non mi è più venuto da piangere. Quando pensavo che Tobia era morto, mi veniva in mente com'era ridotto prima di morire, e mi dispiaceva meno.
E adesso sono tornata a scuola, ed è tutto molto uguale. La gente è gentile con me, ma i professori interrogano lo stesso.
Andare a scuola mi piace. A casa è tutto molto tranquillo. Non riesco nemmeno ad accendere lo stereo per paura di disturbare la quieta disperazione della mamma, che in soggiorno guarda la televisione in silenzio. Non è ancora tornata a lavorare. Non dice perché, non credo che se la senta di riprendere a vivere come prima. Metto la giacca nel guardaroba comune al pianoterra, apro l'armadietto che mi hanno assegnato all'inizio dell'anno. Oggi fa freddo. Ho attaccato alla porta dell'armadietto una fotografia dei Manic Street Preachers prima del 1995, che mi aiuta a trovarlo subito quando entro. Questa cosa degli armadietti è stata un'idea del preside, che dice che non vuole vederci distrutti dal peso dei libri. Possiamo lasciarli a scuola, e portarci a casa solo quelli che ci servono volta per volta. Molto americano e stranamente efficiente.
Passati i primi giorni, è di nuovo una noia tremenda venire qui, una noia devastante. Ogni mattina sveglia alle sette, colazione nella cucina ancora fredda, illuminata da un solicello malato. Poi in motorino fino a scuola. Le lezioni una dopo l'altra, il panico dell'interrogazione, la tensione del compito in classe, gli intrallazzi della ricreazione.
Benni e io siamo seduti su un muretto con i nostri panini. Comincia a fare fresco, e Benni si raggomitola guardando a distanza, torvo, gli altri maschi che chiacchierano e le femmine che spettegolano.
A scuola sappiamo che ci prendono in giro per il fatto che stiamo sempre insieme, però questo ci inorgoglisce un po', perché ci sentiamo parte di qualcosa di speciale. Gli altri e le altre formano alleanze e le rompono, berciano, chiacchierano, strillano, tubano. Noi no, dall'asilo in poi siamo stati amici fedeli, sempre, miracolosamente trovandoci simpatici in tutte le fasi della vita. C'è chi dice che cominciamo ad assomigliarci, anche se fisicamente siamo molto diversi: io sono medio-piccola, di tendenza curvilinea, bruna di occhi e di capelli ma piena di lentiggini. Benni è più alto di me, con spalle fatte apposta per riderci e piangerci sopra, occhi che capiscono tutto, biondo nordico e spettinato cronico.
Fra me e lui è così, un affetto a livello cosciente. Non sapevo di volere bene a Tobia finché non è morto, ma ho sempre saputo di volere bene a Benni. Prima che morisse Tobia, a volte per torturarmi pensavo a cosa sarebbe successo se Benni fosse morto, a come mi sarei sentita, a quanto avrei pianto.
Invece Benni è vivissimo, anche se brontola per un brutto mal di testa. Adesso devo solo accettare il fatto che mio fratello è morto, io sto abbastanza male e non ho nemmeno fatto le prove generali del lutto.
"Guarda, c'è Valentina" dice Benni.
Vicino all'entrata, sola, vestita di nero. "Madonna com'è dimagrita."
Tranquilla, seduta sulle scale, la gonna
molto corta, sandali dai tacchi alti che sicuramente le attireranno le critiche
della professoressa di inglese e le occhiate lascive del professore di storia
e filosofia. Ha i capelli corti, tinti di una sfumatura molto scura di rosso.
Unghie lunghe, nere o forse viola, da qua è difficile stabilirlo...
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Finalmente appare l'insegna luminosa del locale, un cactus verde in campo giallo, e Benni rallenta. Non parliamo, mentre sistemiamo i caschi nel bauletto e nel vano portacasco. La cerata gocciola, e naturalmente sono io la prima ad uscirne, a meno di non voler fare un'entrata al Cactusville mascherati da gemelli siamesi.
Anche così, però, non abbiamo un aspetto migliore. Gianna, la cassiera, ci tira un'occhiata perplessa. Io ho le gambe bagnate, le trecce inzuppate, e quel poco di trucco che mi ero messa si è semidisfatto. Benni ha i polsi della felpa che sgocciolano e i pantaloni zuppi fino al ginocchio.
In compenso, dentro è già pieno e c'è gente che balla. Benni sente un pezzo dei Prodigy e si butta subito dentro, mentre io mi fermo al bar a prendere qualcosa di forte per riattivare la circolazione.
Sono lì che mi strizzo le trecce, quando me la vedo sfilare davanti. Vestita di nero e bordeaux, con le labbra tinte di rosso. Valentina.
Cammina eretta, senza ondeggiare su tacchi alti che a me causerebbero la rottura di una caviglia. Non sembra vera, e infatti la gente si sposta per lasciarla passare, le conversazioni si interrompono, perfino i fidanzatini smettono di baciarsi per guardarla. Passa anche vicino a Benni, che però non la nota, come non nota niente quando è in pista.
Cha faccio? La raggiungo, la saluto, scappo?
"Cuba Libre" annuncia la barista, piazzandomi davanti un bicchiere di plastica pieno di coca e rum e decorato con una fettina di limone. Le allungo diecimila lire e prendo una cannuccia dal bicchiere sul banco. Quando mi giro, Valentina è sparita. Mah?
Ci bevo sopra, vai.
Amo succhiare i cocktail piano piano, anche quelli banali come il Cuba Libre, perché mi piace sentire il sapore dell'alcool pizzicarmi la lingua, e perché così ho l'illusione che durino di più. E anche perché, dato che non fumo, posso tenere mani e bocca occupate mentre mi guardo attorno.
All'inizio guardavo la gente. Mi piaceva osservare le persone intorno a me,
notare il loro modo di indossare i vestiti, di camminare dentro le scarpe, di
ravviarsi i capelli. Recentemente ho cominciato a registrare anche le reazioni
della gente alla mia presenza, a notare le occhiate di sottecchi e i mezzi sorrisi
di riconoscimento dei clienti regolari…
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