Dal Il Piccolo, III pagina, mercoledì 12 giugno 2002
CONVEGNO
Da domani, fino a sabato, si tiene in città il dodicesimo incontro della Società Italiana
Psicoanalisi: sulle tracce di Weiss
Tavole rotonde, film, spettacoli teatrali. Con gli occhi puntati verso Est

Copertina originale di Bruno Chersicla - Vai al catalogo TRIESTE - A partire da domani, e fino a sabato, al Palazzo dei congressi della Stazione marittima di Trieste, si terrà il XII Congresso della Società psicoanalitica italiana articolato in quattro giornate di studio. Chiediamo a Paolo Fonda, uno degli organizzatori di questo evento nonché coordinatore, nella terza giornata, di una tavola rotonda sulla psicoanalisi dell'Est, di illustrarci il programma e gli interventi. Anzitutto, perché Trieste come sede di questo importante appuntamento che si tiene ogni quattro anni? «Non solo perché Trieste è una città molto amata, ma anche perché è la città da cui è iniziata la psicanalisi in Italia. Edoardo Weiss, fondatore della Società psicoanalitica, è nato e ha lavorato a Trieste. Un altro motivo è che Trieste si trova sul confine orientale dell'Italia e può dare un contributo all'apertura verso l'Europa dell'Est che negli ultimi dieci anni si affaccia sullo scenario della psicoanalisi in alcuni Paesi dell'Est, in particolare nelle vicine Slovenia e Croazia. Anticipo che sabato pomeriggio si terrà una tavola rotonda proprio su «Il futuro della psicoanalisi in Europa, integrazione Est-Ovest», cui parteciperanno psicoanalisti russi, cechi, delle repubbliche baltiche, dell'ex Jugoslavia, dell'Ungheria, ovviamente psicoanalisti italiani e il presidente della Federazione psicoanalitica europea per discutere proprio i rapporti Est/Ovest e delle modalità di questo allargamento all'altra metà dell'Europa». Quali saranno i temi del congresso?
«Il tema principale del congresso riguarda i fattori terapeutici in psicoanalisi, cioè che cos'è, durante la cura psicoanalitica, che aiuta e fa stare meglio il paziente. È un dibattito che specialmente negli ultimi decenni è progredito ed è diventato molto ricco. Semplificando un po', possiamo dire che mentre agli inizi della psicoanalisi si sottolineava in particolare l'effetto terapeutico delle interpretazioni, cioè il momento in cui lo psicoanalista interpreta e chiarisce al paziente i contenuti del suo inconscio, oggi si tende a esplorare e analizzare, oltre a questo, anche l'efficacia degli aspetti curativi della relazione terapeutica in sé, cioè il fatto che due persone si incontrano, comunicano e il paziente si sente compreso dall'analista, si sente avvolto dalla sua attenzione. È l'empatia, il sentirsi capito da un altro nei risvolti più profondi della propria psiche, laddove il paziente stesso non riesce a penetrare da solo e le persone importanti della sua vita passata non sono riuscite ad aiutarlo». Quanti saranno i relatori?
«Al congresso parteciperanno circa 450 psicoanalisti italiani e una parte di psicoanalisti stranieri. Si articolerà in quattro giornate in cui ci saranno sia delle relazioni plenarie sia delle sessioni multiple, cioè parallele, sui vari risvolti del tema che ho accennato. La prima relazione sarà tenuta da Domenico Chianese, che è l'attuale presidente della Società psicoanalitica italiana e da Giuseppe Berti Ceroni che ne è il segretario scientifico. Relatore è anche Alberto Serni, che a suo tempo ha insegnato alla Facoltà di psicologia di Trieste. Tra i vari temi, i fattori terapeutici specifici e aspecifici, le questioni di metodo, i problemi di setting, cioè dell'assetto in cui si svolgono le sedute, le regole con cui si svolge il processo psicoanalitico. Ci sarà una sezione dedicata ai rapporti tra psicoanalisi e neurocoscienze nel corso della quale ci sarà una relazione tenuta dal professor Carlo Semenza di Trieste. Una sezione dedicata all'empatia e infine una sezione dedicata al trattamento psicoanalitico di bambini e adolescenti. Come conclusione, domenica mattina, ci sarà la relazione del professor David Tuckett di Londra, presidente della Federazione psicoanalitica europea, che parlerà di come sia importante per gli psicoanalisti poter usufruire di un ambiente di pari, di un gruppo di lavoro, di una società nell'ambito della quale poter capire, scambiare opinioni, crescere tecnicamente e scientificamente. Nella stessa mattinata, come omaggio a Trieste, ci sarà una relazione del prof. Mario Lavagetto, storico della letteratura, sul tema «Letteratura e psiconalisi, una capitale di frontiera». E ci sarà un relatore americano, Aaron Esman di New York, che parlerà di Zeno in America, di come è stato letto Italo Svevo negli Stati Uniti». Chi può accedere ai lavori del congresso?
«Il congresso è per gli psicoanalisti e un numero limitato di ospiti non membri della Società psicoanalitica, che però si occupano clinicamente di pazienti usando la psiconalisi come punto di riferimento. Verranno, poi, pubblicati gli atti». Correlate all'importante meeting sono previste alcune manifestazioni. Nell'ambito del congresso verrà presentata una parziale anteprima del film di Roberto Faenza «Prendimi l'anima - Mi chiamo Sabina Spielrein», trasposizione cinematografica dell'analisi della Spielrein, prima con Freud e poi con Jung, e dell'amore sbocciato tra lei e l'allievo di Freud. La Spielrein tornò, poi, in Russia, sua terra natale, e morì in un lager nazista. Venerdì 14 giugno verrà scoperta in via S. Lazzaro 8 una targa in memoria di Edoardo Weiss, primo psicoanalista a Trieste negli anni Venti. E domani sera, alle 21.15, alla Sala Tripcovich andrà in scena lo spettacolo teatrale «Prigionieri in riva al mare», in rappresentazione unica, tratto dal libro di Maria Accerboni Pavanello «Trieste nella psicoanalisi» (Lint editore), realizzato dalla Contrada per la regia di Sabrina Morena, e interpretato, tra gli altri, da Orazio Bobbio, Adriano Giraldi e Ariella Reggio. Allo spettacolo, allestito con il contributo della Regione Friuli Venezia Giulia, si accede per invito. Parallelamente, al Museo Revoltella avverrà l'inaugurazione di una mostra di pittori triestini legati in qualche modo alla psicoanalisi. La mostra, intitolata «Trieste nella psiconalisi/Volti» nasce dalla considerazione che se molte voci di poeti e scrittori triestini hanno dato un contributo nel descrivere «gli anni della psicoanalisi», il versante dell'arte figurativa è stato molto meno considerato. La mostra si articola in tre sezioni. La prima dedicata ad artisti e scrittori triestini (Svevo, Saba, Giotti, Stuparich, Bolaffio, Rovan, Wulz) ritratti dai pittori triestini loro contemporanei. La seconda, composta da una serie di autoritratti rappresentativi, un genere molto in voga nei primi trent'anni del secolo. E, infine, la terza sezione dedicata ad Arturo Nathan, che fece un'analisi con Weiss tra il 1921 e il 1925 cimentandosi contemporaneamente in una serie di autoritratti molto suggestivi, visibile testimonianza di un percorso interiore progressivamente liberatorio.
Chiara Mattioni

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Dal Il Piccolo, III pagina, martedì 28 maggio 2002

LETTERATURA Originale testo di Anna Maria Accerboni, saggistico e teatrale al tempo stesso, edito dalla Lint
Trieste sui binari della psicoanalisi
Freud, Weiss, Svevo, Joyce, Jung, Voghera dialogano sul palcoscenico cittadino


Per gentile concessione pubblichiamo alcuni passi dal libro "Trieste nella psicoanalisi".


Svevo La psicanalisi io la conobbi nel 1910. Un mio amico nevrotico corse a Vienna per intraprenderla. L'avviso dato a me fu l'unico buon effetto della sua cura. Si fece psicanalizzare per due anni e ritornò dalla cura distrutto: abulico come prima ma con la sua abulia aggravata dalla convinzione ch'egli, essendo fatto così, non potesse agire altrimenti.
Freud da giovane... Weiss Nel 1919 decisi di tradurre in italiano la prima serie delle lezioni di "Introduzione alla psicoanalisi" di Freud, che io avevo avuto la fortuna di sentire dalla sua viva voce all'Università di Vienna. Chiesi a un mio conoscente, il dr. A., che avevo mandato da Freud per un trattamento nel 1911, se voleva aiutarmi in questo delicato lavoro. Il dr. A. era un uomo intelligentissimo, della mia età, buon conoscitore di psicoanalisi e con una eccellente conoscenza del tedesco e dell'italiano. Ma all'inizio io non sapevo delle sue gravi condizioni nevrotiche e di alcuni tratti del suo carattere...
Voce fuori campo L'amico nevrotico di Svevo risulta da un'altra sua lettera, più esplicita, essere stato invece un congiunto...
Svevo Grande uomo quel nostro Freud, ma più per i romanzieri che per gli ammalati. Un mio congiunto uscì dalla cura durata per vari anni addirittura distrutto... Certo che io non posso mentire che in questo caso trattato da Freud in persona non si ebbe alcun risultato. Per esattezza devo aggiungere che il Freud stesso, dopo anni di cure implicanti gravi spese, congedò il paziente dichiarandolo inguaribile. Anzi io ammiro il Freud, ma quel verdetto dopo tanta vita perduta mi lasciò un'impressione disgustosa.
Narratore Chi fosse il congiunto di Svevo non è più un mistero: si trattava di Bruno Veneziani, unico rampollo maschio di quella dinastia imprenditoriale in cui Svevo, in seguito al matrimonio entrò, trasformandosi nel facoltoso industriale, fabbricante di vernici, Ettore Schmitz.
Freud da vecchio... Voce fuori campo Ma il dr. A. era molto più che un conoscente anche per Weiss!
Narratore Bruno Veneziani era amico di Weiss sin dall'epoca in cui erano compagni di scuola al Ginnasio di lingua tedesca e continuarono a frequentarsi anche nel periodo universitario, essendosi Veneziani trasferito a Vienna per laurearsi in Chimica. Il loro rapporto si rafforzò ulteriormente in seguito al matrimonio di uno dei fratelli di Weiss, Ottocaro, con una pronipote di Svevo.
Voce fuori campo C'era più di una ragione per cui Weiss s'interessasse ai problemi dell'amico! Il suo consiglio di rivolgersi a Freud già nel 1911 era sicuramente in buona fede, convinto che un trattamento psicoanalitico potesse veramente giovargli. Ma il dr. A. era uno di quei casi, di fronte ai quali la psicoanalisi può ben poco...
Narratore Veneziani fu ricoverato per un lungo periodo nel sanatorio di Georg Groddeck a Baden-Baden, ma anche l'"analista selvaggio", dalle preponderanti doti terapeutiche, riconoscerà di aver fallito. Veneziani non risolverà mai i suoi problemi e Weiss non cesserà di cercare di aiutarlo, anche ricoverandolo, fin tanto che operava all'Ospedale psichiatrico, nelle ricorrenti crisi dovute alla sua dipendenza dalla cocaina. Dopo il suo trasferimento da Trieste a Roma continuerà a non perdere di vista l'amico, affidando prima di partire per l'America nel 1939, Bruno Veneziani al caposcuola degli analisti junghiani, Ernst Bernhard, giunto da poco nella Capitale italiana dalla Germania, da cui apprenderà nel 1952 la notizia della sua morte a causa di un attacco di cuore, dovuto "ad eccessi di vario genere e al tipo di vita che aveva condotto".
Voce fuori campo Quanto può aver pesato sull'idea che Svevo si era fatta della psicoanalisi, di cui rivendicò sempre una conoscenza anticipata e di prima mano, la storia del fallimento analitico del cognato? E in che misura può aver influenzato il modo in cui la psicoanalisi è rappresentata nel suo capolavoro "La coscienza di Zeno"?
Narratore Svevo non fu il solo scrittore nei primi vent'anni del '900 in Europa a dimostrarsi sensibile alle teorie di Freud, sviluppando nel merito un forte interesse, intriso però di resistenze, volte a prendere le dovute distanze dalle rivoluzionarie scoperte della psicoanalisi. Ma Svevo fu sicuramente il primo a traformare la cura psicoanalitica in stratagemma letterario, o per dirla con le stesse parole maliziose di Zeno, in un "mezzo ottico di rifrazione", che pur o proprio perché continuamente contestata ed elusa dal protagonista, costituisce il filo conduttore di quelle vicissitudini della coscienza e insieme non coscienza del personaggio sveviano di cui si compone il romanzo.
Voce fuori campo Ma può l'artista, nel momento in cui ha scoperto le teorie di Freud - e non certo per i suoi risvolti terapeutici - "far a meno della psicoanalisi"? E la psicoanalisi può prescindere dall'opera degli scrittori?
Svevo La psicanalisi dovrebbe accettare di misurarsi con le opere degli scrittori, in quanto non sono altro che un pezzo di vita di grande importanza proprio perché venuto alla luce non sformato da una scienza meticolosa, ma tagliato vigorosamente da una viva ispirazione. Mi auguro che per i libri di James Joyce venga un forte psicanalista a studiare i suoi libri che sono la vita stessa, ricchissima e sentita e ricordata con l'ingenuità di chi l'ha vissuta e sofferta. Meritano altrimenti lo studio di quella povera "Gradiva" del Jensen, ch'ebbe l'onore dei celebri commenti del Freud stesso!
Anna Maria Accerboni


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