Dal
Il Piccolo, III pagina, giovedì 23 maggio 2002
SOCIETÀ
A Trieste manca un museo, un archivio fotografico, che raccolga i ricordi di chi
fu cacciato dalla sua terra
La memoria dell'esodo dall'Istria? Senza fissa dimora
Il volumone scritto da Dario Alberi per Lint è un punto di riferimento. Sottovalutato
Una vecchia norma dell'etichetta professionale imporrebbe
di evitare un eccesso di ricordi personali in un articolo, ma forse il rispetto
e l'omaggio dovuti a un personaggio fuori dalla norma consentono un'eccezione.
Questa pagina ha già ricordato Dario Alberi, l'autore di «Istria
- Storia, arte e cultura» che ci ha lasciato nei giorni scorsi, ma
la sollecitazione e la curiosità di molti amici che sapevano della piccola parte
da me avuta nella produzione di quel libro, e delle lunghe settimane di lavoro
accanto ad Alberi, mi inducono ad aggiungere qualcosa. «Istria - Storia, arte
e cultura» rimarrà nel tempo come un'opera unica, l'opera fondamentale per chiunque
ami quella terra o se ne innamori in futuro e giustamente porterà, come accade
per i libri, il nome del suo autore nel tempo, tra le generazioni future.
È un libro eccezionale anche sul piano del successo: svariate migliaia di copie
vendute, molte delle quali all'estero, e svariate edizioni nel giro di pochi anni
sono numeri con scarse analogie nel mondo dell'editoria locale, che premiano l'intuizione
di Valerio Fiandra, allora come oggi responsabile delle scelte editoriali della
Lint, che quel volume scelse ostinatamente di realizzare anche quando sembrava
che la banale evidenza delle cifre non lo consentisse proprio. Il punto che voglio
offrire alla riflessione di tutti però è un altro, e riguarda in qualche modo
il dopo, quando il volume venne presentato al pubblico. A Dario Alberi non mancò
mai l'affetto e la riconoscenza dei lettori, gli istriani di ogni dove prima di
tutto, e d'altronde lo straordinario successo del suo volume non avrebbe potuto
essere tale senza uno spontaneo tam-tam tra i lettori, dato che una casa editrice
locale non dispone dei budget pubblicitari di una multinazionale. Non appena il
libro fu presentato, però, ebbimo tutti la netta sensazione che non solo la cultura
locale e quelli che potremo chiamare i gestori dell'istrianità non ne erano propriamente
entusiasti, ma che un'opera così completa e così necessaria era destinata a generare
complimenti di facciata e profondi fastidi di fondo.
I baroni dopo tutto li si poteva capire: dopo anni di pizzoni che nessuno aveva
diffuso né letto si trovavano davanti un outsider che aveva prodotto il solo libro
necessario, e per di più di grande successo, ed era logico che l'invidia li rendesse
muti e invidiosi. Ma non mostravano maggior entusiasmo quelli che per motivi istituzionali
avrebbero dovuto essere i primi a rallegrarsi dell'opera, quel gruppo di custodi,
ai due lati del confine, che continuano a considerarsi depositari dell'identità
istriana. L'impressione che ebbimo fu di un mondo congelato da equilibri che tali
rimanevano a condizione che nulla accadesse, prima di tutto che nessuno mettesse
in dubbio la legittimità di quella custodia, equilibri che erano stati disturbati
anche da un evento in fondo minore.
Se uno ci riflette un po', scopre che tutto ciò non è che un effetto collaterale
dell'istrianità congelata dai suoi gestori. Ce ne sono altri, ben più gravi. A
mezzo secolo dall'esodo, non esiste un punto di raccolta della memoria di quanti
furono cacciati: non un museo, non un archivio fotografico (che ogni giorno sarà
più difficile raccogliere), non un repertorio delle memorie disponibili. L'amministrazione
Illy propose la nascita di un museo, e fu subito doppiata dall'amministrazione
Codarin della Provincia, che rispose con un progetto di museo virtuale. Di entrambi,
dopo la pittoresca querelle, nulla si è saputo, a parte un cartello che invecchia
in piazza Hortis, tra il silenzio generale: in una città di brontoloni, di tutto
questo neppure si parla.
La Regione esiste da quarant'anni, e dopo la stabilità assoluta della Prima repubblica
ha passato un bel po' di presidenti e di gestioni diverse. Oltre ai noiosi discorsi
sulla specialità, e a quelli velleitari sul ruolo internazionale, avete mai sentito
qualcuno (non facciamo questione di partiti) chiedere un intervento a favore della
cultura italiana in Istria? La Regione Veneto ha attuato un programma, certo non
grande, ma simbolicamente pieno di valenze, per il recupero delle opere d'arte
in Istria e Dalmazia. La Regione Friuli Venezia Giulia non ha mai sentito il bisogno
di tutelare in qualche modo ciò che è rimasto della memoria storica istriana.
È roba della Serenissima, non riguarda le migliaia di persone di origine istriana
che vivono nel territorio regionale.
Lo stesso ente che finanzia la traduzione in friulano dei fumetti non ha una norma
che consenta di sostenere, con l'acquisto di libri o in altra forma, iniziative
editoriali che dell'Istria o della presenza italiana in Istria vogliano occuparsi.
Va bene, i friulani sono più bravi dei giuliani a farsi approvare le norme. Ma
in quarant'anni di Regione, avete mai sentito nessuno lamentarsi di questo? Un
consigliere di origini istriane, almeno uno, lo avremo eletto in tutti questi
anni. Risultato? Silenzio.
Silenzio imbarazzato. È quello italiano, che agli istriani dell'esodo ha pesato
di più, in questo cinquantennio, e a ragione. Ma il silenzio dei gestori della
loro identità non è meno ragguardevole, e non fa danni minori a quella stessa
identità. E qui entra in scena l'episodio più terrificante, quello del tesoro
di opere d'arte provenienti dal Capodistriano che il sottosegretario Sgarbi sostiene
di aver scoperto nei depositi di Palazzo Venezia. Mettiamoci d'accordo. Sgarbi
ha avuto il grande merito di aver riaperto la questione. Ma di quelle opere, e
di dov'erano, sapevano tutti: nelle associazioni degli esuli così come nei musei
al di qua e al di là del confine. Solo che era meglio che facessero parte dell'assordante
silenzio istriano, sequestrate alla fruizione della collettività, piuttosto che
essere in qualche modo rimesse in discussione, e poi restaurate ed esposte, magari
dopo un normale accordo con la Slovenia.
Di tutto questo, va precisato, Dario Alberi non si lamentò mai. Lo confortava
la completa assenza di obiezioni alla sua opera, a parte quella, davvero stravagante,
di aver inserito, accanto alla toponomastica italiana, anche quella corrente,
slovena o croata, come se si potesse pensare a una guida che ignora i cartelli
stradali. Si era rimesso subito in moto con il suo camper per cominciare a lavorare
all'altro suo grande sogno, un libro per tutti sulla Dalmazia. Cercava notizie,
studi storici, riferimenti, ovunque essi fossero disponibili.
Fabio Amodeo
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Dal Il Piccolo, III
pagina, mercoledì 15 maggio 2002
Morto a 72 anni il geometra e imprenditore triestino autore di una celebre guida
Dario Alberi, «ricostruì» anche l'Istria
Aveva in programma un'altra impresa: sulla Dalmazia
TRIESTE - Dario Alberi, spentosi in questi giorni a Trieste,
era un costruttore in tutti i sensi. Nella sua vita ha voluto sempre «costruire»
qualcosa. Fosse un edificio, un viaggio o un'opera letteraria. Nato settantadue
anni fa a Trieste, Alberi era un geometra e imprenditore molto noto, specializzato
nel campo della pittura e della decorazione di interni. Un'arte che aveva appreso
seguendo le orme del padre Narciso, assieme al quale - negli anni Sessanta e Settanta
- aveva ristrutturato chiese e palazzi storici di mezza Trieste e della regione
(dal Castello di Miramare a Villa Manin di Passariano), ma anche nel resto d'Italia
e all'estero. Con le sue maestranze aveva contribuito, per esempio, riportare
all'antico splendore vari palazzi sul Canal Grande di Venezia, poi aveva lavorato
a Verona, a Londra, a Parigi (nella villa del miliardario Kashoggi).
Dopo
un'intensa vita di lavoro, aveva passato le redini dell'impresa al figlio, dedicandosi
finalmente a quel che più gli piaceva: viaggiare, soprattutto in Istria e in Dalmazia,
le sue mete preferite, attraversate in lungo e in largo, in tutte le stagioni,
prima in barca e poi con il suo camper. E, ovunque si fermasse, anche davanti
a una chiesetta su un colle o a quattro case di pietra in riva al mare, tirava
fuori la macchina fotografica e il suo block notes per «rubare» le immagini, le
informazioni, l'atmosfera del posto. E, tornato a casa da ogni viaggio, partendo
da quegli appunti, da quegli schizzi e da quelle fotografie, incominciava una
ricerca paziente, anzi una «ricostruzione», vera e propria. Che partiva dalle
vicende storiche, dai nomi dei luoghi, perfino dagli aneddoti, collegando pazientemente
tutte le tessere, come in un mosaico, fino a ridar vita a questo affascinante
«atlante dell'anima». La sua casa di Duino era in realtà una splendida villa disegnata
da un amico, l'architetto Boico. Una villa «ecologica», costruita sulla punta
a sinistra del porticciolo, tra le rocce che scendono al mare. Quasi nascosta
in mezzo al verde, sovrastata dai pini marittimi. Una villa in armonia con la
natura, con una terrazza che sembrava la prua di una nave, protesa sul mare. Un
comodo approdo per la sua barca a vela, di cui però - confessava - dopo tanto
navigare lungo le coste dell'Istria e tra le isole della Dalmazia si era alla
fine stufato, preferendole un camper ben attrezzato, con cui affrontare anche
le strade sterrate dell'interno della penisola istriana e giù giù fino a Cherso,
Veglia, Lussino e oltre.
Tutto il materiale che aveva raccolto (testi e immagini accuratamente catalogati),
assieme i tanti libri rari e antichi che arricchivano nella sua biblioteca, era
stato ordinato in una serie di «quaderni», che un giorno sarebbero potuti diventare
libro. E così è stato, infatti, tre anni fa, quando la Lint ha pubblicato uno
splendido compatto volume, intitolato «Istria», che ai lettori (non solo istriani)
ha riservato innumerevoli sorprese, svelando aspetti inediti, perfino «minuti»,
dei propri paesi o di quelli dei propri avi. Con una pignoleria affatto deliziosa,
da geometra, quel era Alberi.
Sembrava impossibile, eppure nel suo libro c'era tutta l'Istria dalla A alla X.
Oltre millecinquecento paesi, borgatelle e frazioni. Più di 500 cartine e altrettanti
disegni. Nessuna fotografia. E in appendice un ampio utile glossario con i nomi
delle località in sloveno, croato e italiano.
Rifacendosi alla geologia, Dario Alberi (ma il nonno muggesano si chiamava Auber,
poi italianizzato nel 1925) aveva diviso la penisola in tre zone: l'Istria bianca
- dominata dal calcare, l'Istria verde - regno della marna - e l'Istria rossa,
dal colore inconfondibile della terra che va da Cittanova a Parenzo, da Albona
a Pola.
A chi gli chiedeva che cosa lo avesse spinto a un lavoro di ricerca durato oltre
sette anni, Dario Alberi con un sorriso rispondeva: «Potrei dire che me l'ha ordinato
il medico: "Basta auto, alla tua età: vai a piedi!", mi disse quando andai in
pensione. Così sono andato a camminare, con la mia compagna e il cane. In Istria.
E ho incominciato ad appassionarmi alla sua storia». Divertendosi molto, diceva.
E solo in seguito gli balenò l'idea di raccogliere questa esperienza in un libro,
partendo da un'unica considerazione: «Tener vivo il ricordo dell'Istria. Perchè
- diceva - per l'Italia l'Istria non è esistita per cinquant'anni; per la Jugoslavia
neppure: le pubblicazioni parlavano solo di monumenti partigiani. E in libreria
non si trovava nulla». Dopo la sua Istria, Dario Alberi aveva pianificato una
nuova impresa, dedicando tutto il suo interesse alla Dalmazia. «Sarà un'altra
avventura - diceva, con l'entusiasmo di un ragazzino - perchè anche della Dalmazia
si trova niente in libreria. E in tre o quattro anni potrei riempire il vuoto.
Forse ho già trovato lo sponsor: Ottavio Missoni». Peccato che non abbia avuto
il tempo di portare a termine quest'ultimo lavoro.
Renzo Sanson
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