Da
Il Piccolo, Cultura e spettacoli, mercoledì 7 maggio 2003
LIBRI
Un affresco familiare e storico nel libro di Maria Luisa Bressani
La guerra in casa, lettera dopo lettera
Undici anni di amore e parole che tennero uniti Edgardo e Ida
Una grande storia d’amore, lunga una
vita. E una microstoria domestica, affollata di personaggi e di vicende, legati
tra loro da stretti intrecci di affetti e condivisioni. Un lessico familiare
attraversato, ma non spezzato, dalla seconda guerra mondiale. Mille lettere,
scritte tra il febbraio 1934 e il novembre 1945, tengono idealmente uniti
i protagonisti di questa vicenda, Edgardo Bressani, triestino, ufficiale di
Artiglieria pesante campale, partito volontario e fatto prigioniero in Tunisia,
e Ida Ragaglia, di Bobbio, paesino in provincia di Piacenza, la maestrina,
sposata giovanissima, che gli rimarrà accanto per cinquantasei anni.
«Lettere d’amore
e di guerra» s’intitola il libro con la loro corrispondenza,
raccolta, cucita e «raccontata» dalla figlia Maria Luisa Bressani
(pagg. 156, euro 14,50, Lint), che ne ha fatto non solo il resoconto puntuale
delle vicissitudini di una coppia, ma un piccolo e vivissimo affresco familiare.
Il libro sarà presentato a Trieste il 22 maggio, alle 18, in un incontro
alla libreria Minerva al quale parteciperanno, insieme all’autrice,
Ugo Amodeo e Valerio Fiandra. Il giorno dopo un’analoga iniziativa è
in programma a Genova, dove Maria Luisa Bressani vive, alla Biblioteca Berio,
con l’intervento di Mario Cervi, Franco Bovio e Minnie Alzona.
Si conobbero, Edi e Ida, nel settembre 1933, alla festa dell’uva di
Bobbio. Lei, studentessa dell’ultimo anno delle magistrali, per la sua
bellezza era stata scelta per indossare il costume paesano, con il bustino
stringato a sottolineare cinquantaquattro centimetri di vita: una silfide.
Lui era arrivato da Trieste dopo aver vinto il concorso per un posto da procuratore
nell’Ufficio finanziario della cittadina. Aveva frequentato la Scuola
allievi ufficiali d’artiglieria di Pola, era sottotenente di complemento.
Ida aveva lunghi boccoli neri, che arricciava pennellandoli di acqua e zucchero
e poi stringendoli in striscioline di giornale. Edi comprò da lei l’intero
cestino d’uva e se ne innamorò.
La loro secondogenita, Marisa, ormai adulta e mamma, ha trovato le lettere
dei suoi genitori legate in due pacchetti distinti e nascoste nella stanza
degli attrezzi della casa di Bobbio. Aprendo la cassetta militare di Edi,
dove erano conservate, ha ricordato che il padre, anni e anni dopo il suo
ritorno dal fronte, era solito leggerle a mamma Ida, su una panchina che circonda
il tronco di un vecchio pero, tentando delicatamente di rianimare la memoria
della moglie, prosciugata da venticinque anni di Parkinson.
Maria Luisa Bressani non le ha aperte subito, per paura di violare un’intimità
che sentiva ancora intatta, inaccessibile. Ha preferito aspettare qualche
anno dalla morte di entrambi i genitori, per sciogliere quei due nastrini
e rivivere una lunga, drammatica stagione di sangue e di attese, di paure
e di speranze, di illusioni e di disincanto. La guerra, la prigionia di Edi
a Saida, vicino a Orano, in Algeria, la morte dei compagni, le paure di Ida,
con i figli piccoli (Ferruccio era nato nel ’38, Marisa nel 43, quando
il padre era prigioniero in Africa) e il suo lavoro di maestra nella Valtrebbia
percorsa dai rastrellamenti, le lettere che non arrivano, lo strazio dei lunghi
mesi all’oscuro di ogni notizia sulla sorte del proprio caro, il sollievo
del riabbraccio. Marisa ha tre anni, non ha mai conosciuto il padre, e dopo
il primo sguardo corre fuori, a sedersi sulle scale, in silenzio. Ci vorranno
anni, dovrà diventare adolescente, prima che quell’uomo apparso
all’improvviso sulla porta di casa, scheletrico e bendato perchè
l’eczema gli divora la pelle, riacquisti un posto nei suoi affetti.
La tragedia della guerra, raccontata sia direttamente che, di riflesso, attraverso
la dura quotidianità dei protagonisti, esce quasi ingigantita dal filtro
della dimensione familiare, domestica. Ogni operazione militare, ogni morto,
ogni prigioniero, che la grande contabilità bellica fagocita, si scolpiscono
nel microcosmo dei singoli. Come il messaggio lasciato da Edi, che pur era
partito per il fronte da volontario convinto ed entusiasta, fiero di ogni
apprezzamento al valor militare. Poco prima della resa in Tunisia, quando
la «sua» artiglieria viene elogiata, scrive alla moglie: «E’
lo zuccherino a far spargere inutilmente altro sangue, ma io tornerò
e lotterò poi per non essere mai più richiamato».
Arianna Boria