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da “Il Messaggero Veneto”, mercoledì 14 luglio 2004
Ritorna il libro scritto da Enrico Halupca
di LUCIANO SANTIN
Trieste, città di mare che guarda alla montagna. E per aiutarsi ad immaginarla, a capirla, a volte anche a vederla, si serve del Carso, mediazione e viatico. Quanti gli alpinisti, da Kugy in poi, che hanno sentito il richiamo delle vette da un rilievo dei monti della Vena? Quanti gli arrampicatori, da Cozzi in qua, che si sono allenati sulle balze calcaree di val Rosandra. Uno straordinario polmone naturalistico che è anche luogo dello spirito, l’altipiano. Chi d’estate non può lasciare la città, ha sotto casa l’opzione del tuffo e quella dell’escursione a pochi minuti d’auto. A quasi 700 metri del Cocusso, ai mille e più del Taiano e dell’Auremiano, appena passato il confine di Pese. Ai quasi milletrecento del Nanos. Ma non serve neppure cercare le cuspidi, basta la diversità della stimmung. Mare e Carso rappresentano una delle ideali linee di diversità che attraversano Trieste (e che, prese bene e valorizzate, sono tutte ricchezza). Là dove il punto più a Nord del Mediterraneo incontra l’estremo lembo dell’Europa centrale, si vive in bilico tra monte e mare, tra sole e ombra. E come detto, c’è l’opportunità di alternare la tostatura sulla riviera di Barcola ai coni d’ombra boschivi e ai getti di frescura che escono dalle grotte e dagli inghiottitoi. Il Carso, in effetti, presenta marcate caratteristiche di tipo continentale, e, insieme, alpino o subalpino (non è un caso che a Miramare. a poche centinaia di metri dal suo ciglione, si trovino varietà di cince che altrove non scendono mai al di sotto dei 5-600 metri. Al riparo di Gabrovizza, nello giornate più torride, raramente si superano i 15 gradi. E i dati statistici danno una differenza di oltre tre gradi tra la temperatura media annua di Trieste e quella di Basovizza: 14 gradi contro 10,9. La composizione del suolo, poi, favorisce un in irraggiamento notturno con dispersione del calore autenticamente continentale: non è raro che tra la temperatura massima e quella minima l’escursione arrivi a venti gradi. Un microclima particolare è quello delle doline che, protette dalla vegetazione, imprigionano l’aria fresca, più densa e pesante di quella circostante. Venti metri di profondità valgono una media incredibile di due gradi in meno di temperatura, e sui versanti Nord, protetti dall’esposizione solare, anche di più. Anche l’umidità è diversa, o lo si nota soprattutto nelle giornate di gran secco: contro il 65 per cento medio della città, e il 73 per cento medio dell’altipiano, il fondo di una dolina ne ha in media l’80 per cento. Oltre che luogo di particolarità naturalistiche che hanno creato un termine scientifico (il “carsismo”, appunto), oltre che scannatoio della Grande guerra, nella sua patte sudoccidentale, il Carso è da sempre terra di insediamenti legati a vie che conducevano al mare per la via più breve. Rimane, così, ricco di tumuli e resti preistorici, di ruderi romani, di dimore di briganti e signori, o di personaggi che erano insieme l’una e l’altra cosa. Di castelli che controllavano le carovane del sale, di ripari di pastori le cui greggi hanno pelato il suolo facendo dilavare la terra negli abissi, tanto da costringere l’Austria, per rinverdirlo, a piantare qualcosa come 50 milioni di alberi tra il Breg e Postumia. Uno straordinario microcosmo, il Carso con una sua intierezza storica, oltre che geologica e ambientale, lacerata solo nello scorso secolo, e oggi fortunatamente in via di ricostituzione. A parlarne, con ricchezza di belle immagini, disegni, antiche stampe, arriva Le meraviglie del Carso, di Enrico Halupca, pubblicato da Lint (più, esattamente ritorna, si tratta infatti della riedizione in brossura di un fortunato volume di grande formato uscito anni fa e andato presto esaurito). Il contenuto ordina quattordici “meraviglie”, appunto, con impianto monografico. Altrettanti capitoli, nei quali è l’aspetto ipogeo a fare la parte del leone. La Grotta Gigante, che potrebbe contenere al suo interno la cattedrale di San Pietro, l’abisso di Trebiciano, successione di pozzi che dai 320 metri dell’altipiano cala al corso sotterraneo del Timavo, fiume fantasma cui si deve parte considerevole della genesi del Carso. Poi i complessi di Postumia e San Canziano, il primo più noto e valorizzato, il secondo meno turistico, ma per certi versi anche più suggestivo. Pocala, sito dagli eccezionali depositi paleontologici, Vilenica, dimora delle fate e più antica caverna attrezzata per le visite, la grotta murata di Ospo, un presidio fortificato che mezzo millennio fa offriva ricetto agli abitanti del territorio contro le scorrerie dei turchi. Ma, se si eccettua il solo sentiero Rilke, un aereo balcone affacciato sul mare tra Sistiana e Duino, l’effetto erosivo dell’acqua sul calcare è sempre presente. In val Rosandra, dove l’omonimo torrente, scendendo dall’altipiano di Beka Ocisla, ha scavato uno straordinario paesaggio di montagna in sedicesimo. A Castel Lueghi di Predjama, il nido d’aquila incastonato in una balza rocciosa creato da Erasmo Luegher, imprendibile proprio grazie alle diramazioni speleologiche che consentivano costanti e invisibili approvvigionamenti tali da frustrare ogni assedio. Nel percorso fluviale a ipsilon del cavernone di Planina, nei grandi archi naturali della valle del rio dei Gamberi, e soprattutto al Cerknisko jezero, il lago Circonio, straordinario bacino intermittente, che nella stagione dello scioglimento delle nevi diventa identico a uno dei tanti specchi d’acqua della Carinzia, per poi trasformarsi in un paesaggio desertico, costellato da imbuti terrosi e pozze dove i pesci consumano la loro agonia. Se una carenza la si vuol proprio trovare, forse sta nell’assenza dell’equile imperiale di Lipizza, giustificabile però con il fatto che l’argomento è stato trattato abbondantemente, ed è tutto frutto dell’opera dell’uomo. «Forse nessun territorio piccolo come il Carso è stato studiato in modo così approfondito. Sicuramente nessun altro ambiente naturale presenta una potenzialità così grande da riservarci ancora tante sorprese e meraviglie. Sempre che sappiamo rispettarlo e tutelarlo», scrive in sede di prefazione Sergio Dolce, direttore dei civici musei scientifici di Trieste.
Aggiungeremmo, sommessamente, che in un momento in cui l’allargamento ad est dell’Ue porta a ragionare in termini di offerta turistica integrata, Le meraviglie del Carso, con il suo suggestivo corredo iconografico, si pone quale convincente ambasciatore e promoter di una terra che ha tutte le carte in regola per esercitare una serie di richiami. Lubiana, capitale mitteleuropea a un capo, dall’altro Trieste con l’Istria, dardo piantato in mezzo al mare, Venezia solo un po’ più in là. E in mezzo un unicum tettonico-ambientale capace di trasformare una visita, anche breve, in un’esperienza straordinariamente gradevole.
Luciano Santin |