Da Il Diario di aprile 2002
Arrembaggi di casa nostra
Cronache mediterranee dell'Ottocento
di Alessandro Marzo Magno
I pirati dell'adriatico
di Giacomo Scotti
Lint (040/360396)
pp. 213, 12,91 €

Altro che Sir Francis Drake, i Fratelli della Costa, i galeoni spagnoli, il mar dei Caraibi: i pirati, invece, erano fra noi. Infestavano il mare Adriatico e, in fondo, mica tanto tempo fa: gli ultimi pirati dulcignotti (Dulcigno, oggi Ulcinj, in Montenegro) sono stati ridotti a più miti consigli solo dalla conquista austroungarica dell'Adriatico.
Siamo nel 1815. Nei secoli precedenti, invece, i pirati erano costantemente stati una spina nel fianco della Repubblica Veneta. Poiché la Serenissima era la potenza dominante di quel mare che nelle carte geografiche veniva indicato come «golfo di Venezia», è proprio la navigazione veneziana che subiva i contraccolpi maggiori ed era ai veneziani che toccava sostenere lo sforzo militare maggiore per contrastare i predoni. I pirati potevano grosso modo distinguersi in due gruppi: quelli di fede musulmana e di origine soprattutto nordafricana (come i dulcignotti, appunto) e quelli cristiani prevalentemente di etnia slava, come gli uscocchi.
Questi ultimi avevano la loro base a Segna (oggi Senj), a sud di Fiume (Rijeka) e usavano i mille isolotti dalmati per tendere imboscate. Colpivano le navi turche, ma anche le navi di chi con i turchi commerciava e quindi, dopo esser stati alleati dei veneziani a Lepanto, si erano messi a predare i vascelli della Serenissima (e quelli ragusei) che dal commercio con i turchi traeva la propria linfa vitale. La schermaglia è andata avanti più o meno un secolo e per tutto il Seicento la lotta contro i pirati è stata il principale impegno militare di Venezia che aveva anche istituito una specifica carica il «Provveditor contra usocchi». Gli uscocchi erano appoggiati dagli Asburgo in funzione antiveneziana e sarà solo la decisione politica della Casa d'Austria di ritirare loro il proprio appoggio a provocarne la definitiva sconfitta. La guerra del 1615-18 tra Venezia e l'Austria sarà ricordata come «guerra di Gradisca» dalla storiografia austriaca, ma come «guerra degli uscocchi» da quella veneziana. Questa e altre storie racconta Giacomo Scotti, giornalista, storico per vocazione e narratore per passione, nel volume che segna la ripresa delle pubblicazioni della collana «Gente di mare» che la triestina Lint aveva tenuto per un po' in naftalina. Si parte dai greci per arrivare agli albori dell'età contemporanea. Si raccontano storie di eventi militari e storie personali, storie di pirati e storie di comandanti che di quei pirati sono caduti vittime. Storie di confine, come quello, surreale, interno alle Bocche di Cattaro dove per qualche secolo si sono fronteggiati veneziani e ottomani. È il racconto di un mare che ha una caratteristica fisica che rispecchia un po' la sua storia: bonario e tranquillo, quando si scatena la tempesta si infuria e diventa infido e pericoloso. Sembra un grosso lago, ma può essere cattivo come un oceano.

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Da La Gazzetta del Mezzogiorno, sabato 6 aprile 2002, in Cultura & Spettacoli
Il saggio di Giacomo Scotti
In Adriatico Dai pirati agli scafisti
Una scia di sangue nel nostro mare: i corsari, dalla preistoria alla conquista degli Asburgo

I contrabbandieri, gli scafisti di oggi sono eredi degli antichi pirati dell'Adriatico? È possibile. Ma chi erano i pirati dell'Adriatico? Ce lo racconta Giacomo Scotti, scrittore e storico della minoranza italiana in Istria che ha pubblicato per i tipi della Lint di Trieste un prezioso volumetto intitolato, appunto, I pirati dell'Adriatico (pp. 213, Euro 12,91), inserito nella collana «Gente di mare» che raccoglie testi e documenti per cui il mare sembra essere uno solo: quello raccolto tra la Venezia Giulia e la Puglia, da una parte, l'Istria e l'Albania dall'altra. Significativa la prefazione di Predrag Matveievic che ricorda il suo debito di scrittore verso questo mare e, soprattutto, verso Giacomo Scotti, napoletano da oltre cinquant'anni stabilitosi a Fiume, città oggi croata, che con i suoi libri e le sue traduzioni di autori della ex Jugoslavia ha reso possibile il dialogo tra le due sponde. Il racconto di Scotti parte da lontano, addirittura dal 4500 a. C. quando l'Adriatico era chiamato il mare degli audaci e già allora commercio e pirateria erano inestricabilmente legati, insieme alla guerra, che ha quasi sempre motivazioni economiche. «Per l'Adriatico», scrive Scotti, «passava la 'via dell'ambra' che allacciava le isole dell'Egeo e del Mediterraneo orientale alle regioni dell'Europa settentrionale e centrale ». Ma, naturalmente, con l'ambra passavano anche altri materiali. Un traffico che coinvolgeva entrambe le sponde. Si esportavano in particolare ceramiche dalle Puglie in Dalmazia e in Istria», con il Gargano a fare da ponte verso l'Italia. Successivamente, il dominio di Venezia è stato pressoché totale. E per secoli la Serenissima ha giocato sui diversi campi della legalità e della illegalità, spesso sfruttando a proprio tornaconto i pirati. Lo ha fatto, ad esempio, a un certo momento, con gli Uscocchi, i feroci pirati dalmati, che hanno imperversato tra il 1463 e il 1620, utilizzati dai veneziani sul finire del 1500 nella lotta contro i turchi. È come se oggi lo Stato italiano utilizzasse i contrabbandieri contro un ipotetico nemico. Allora però era la norma. «La marina di sua maestà britannica», ricorda Scotti, «dà l'esempio: alcuni dei più malfamati predoni del mare vengono elevati rango di 'corsari', le loro imprese autorizzate con patenti ufficiali ed essi stessi insigniti di titoli nobiliari,come Francis Drake». Il fatto è - per tornare alla Serenissima e agli Uscocchi - che questi ultimi non essendo cittadini di Venezia, combattevano una loro guerra privata contro turchi per la loro stessa sopravvivenza. E Venezia ne approfittava. Non solo. Per la loro ostilità al dominio dei turchi, gli Uscocchi avevano anche la benedizione della Chiesa i cui sacerdoti approvavano le sanguinose imprese, stando a un documento antico citato nel libro «con le processioni, con le croci et con l'aspersione dell'acqua benedetta». Sulle imprese di questi predoni sarebbe nata una vasta letteratura, fino a George Sand che li avrebbe immortalati nel suo Uscoque e a Boito che li avrebbe ricordati nel libretto scritto per la Gioconda di Ponchielli. Questo degli Uscocchi, gente di sangue morlacco che aveva a Segna, in Dalmazia, il covo principale dal quale partivano per le loro razzie, è il capitolo più ampio della ricerca di Giacomo Scotti. Una ricerca che non si definisce solo per la sua puntualità storica, ma anche per le doti narrative che Scotti, scrittore a tutto tondo, profondo conoscitore dei luoghi (ha all'attivo i libri di mare sull'Istria, la Dalmazia e le sue isole pubblicate da Mursia per i diportisti) dispensa nelle sue pagine. Secoli di storia vista da una angolazione che lascia sullo sfondo la grande storia, per puntare l'attenzione su un fenomeno solo apparentemente marginale rispetto a quella,ma ad essa inestricabilmente legata in chiave spesso determinante. Il libro si chiude con l'anno 1815, quando, con la conquista austriaca dell'Adriatico, la pirateria, almeno quella romantica, sebbene mica poi tanto per il sangue che ha fatto scorrere, verrà definitivamente liquidata.
Diego Zandel
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Dal Gazzettino di mercoledì 21 novembre 2001, terza pagina:
ESCLUSIVO

Dopo la raccolta autobiografica, lo scrittore e saggista Giacomo Scotti pubblica una straordinaria epopea


PIRATI Storie e leggende dell'Adriatico

Le scorrerie secolari d'Illiri, Almissani, Saraceni e Uscocchi nel "Golfo" della Serenissima


Dalla prefazione di Predrag Matveievic
Giacomo Scotti, nato a Saviano (Napoli) nel 1928, ha vissuto dal 1947 a Fiume, svolgendo un'intensa attività culturale pubblicistica e letteraria in seno alla minoranza italiana nell'ex Jugoslavia. Dal 1986 divide i suoi giorni tra l'Italia e la Croazia, tra Trieste e Fiume. Nelle lingue italiana, croata e serba ha pubblicato oltre cento opere di poesia, narrativa e saggistica varia. Ha fatto conoscere ai popoli della Slavia meridionale numerose opere della poesia e narrativa italiana e contemporanea con saggi e traduzioni, e ha pubblicato in Italia diverse antologie delle letterature degli Slavi meridionali. Viaggiatore instancabile, ma soprattutto appassionato del mare, ha pubblicato innumerevoli testi sul mare Adriatico e sugli uomini di mare, fra cui i racconti riuniti inVele di ventura (1998) ai quali si aggiungono, nella medesima collana della triestina Lint, queste stupefacenti vicende deiPirati dell'Adriatico, scritte con lo spirito aperto dell'uomo delle due sponde e di più patrie che le abbraccia tutte nei suoi interessi e nel suo amore.
A Scottisono sempre piaciute le avventure (e tutta la sua vita è un'avventura, al punto che lo scrittore milanese Luigi Lusenti ne ha tratto il romanzo-saggioLa soglia di Gorizia, e soprattutto gli piace raccontarle. Perciò non poteva non appassionarsi anche ai pirati. In questo caso i pirati del mare, di volta in volta esecrati, maledetti, osannati e glorificati, a seconda dei casi e degli interessi delle potenze scontratesi nelle acque dell'Adriatico.
In questo nuovo "libro dell'Adriatico" di Giacomo Scotti, il lettore percorre praticamente l'intera storia della presenza umana su questo mare e sulle sue sponde dalla remota preistoria fino all'alba dell'Ottocento. In questa storia, tuttavia, l'autore privilegia gli eventi pirateschi, la parte avuta dai corsari, le loro imprese, le battaglie. E fu una parte notevole, al punto che per lunghi periodi, da un secolo all'altro, l'Adriatico fu l'arca maggiormente infestata dai predoni del mare: Illiri, Almissani, Narentani, Saraceni Uscocchi, Dulcignani... Sull'intera vicenda domina Venezia, la regina del "Golfo", ma ci sono pure i Genovesi, i Turchi, gli Austriaci e altri potenti. Questo libro non è un romanzo, ma avvince più di un romanzo.
Le nostre rotte si sono incrociate tantissime volte: sul mare e sulla terraferma, lungo i litorali, nelle insenature e andando per isole. Mi trovavo a Fiume quando, partito da Napoli o dai suoi dintorni, dalla terra natale di Saviano, Giacomo Scotti vi giunse giovanissimo e ancora sconosciuto. Non ricordo più esattamente dove lo incontrai la prima volta, molto probabilmente fu in qualche convegno di scrittori. Forse in Macedonia, dove i poeti si riunivano sulle sponde del lago di Orhrid, nella cittadina di Struga.
Lessi i suoi versi e altri scritti prima che diventassimo amici; fu la reciproca lettura a contribuire alla nostra amicizia. Ha forse navigato più di me? - mi chiesi nel constatare quanto mare fosse presente nelle sue poesie. Conosce forse coste che io non ho ancora toccato? Isole sulle quali non sono stato? Non descriveva i luoghi per i quali era passato, ma suggeriva ciò che in essi aveva sentito e percepito. Mi aiutò a scoprirli.
Seguii lo svilupparsi delle sue sillogi di poesia, da Rimovano more (Il mare in rima) del 1964 e Obale tisine (Le sponde del silenzio) dell'anno successivo attraversoUn altro mare un altro giorno del '69, Ghe vojo ben al mar del '71 eC olore d'aranci dell'81, fino aIl cuore della vita del 1992, In viaggio, la vita del '94 e Cercando fiumi segretidel 2000, per citare solo alcune raccolte: sono tutte sature di mare. E di mare ci parlano pure molti dei "Racconti di una vita", un'antologia della narrativa di Scotti apparsa a Trieste quest'anno.
Che la passione del mare in Scotti non sia un "male" passeggero, lo dicono - fra i suoi libri - due diari di viaggio per le isole dell'Adriatico orientale,L'arcipelago del Quarnero (1981) eL'arcipelago di Zara e Sebenico (1984): sono viaggi attraverso la storia, la natura, l'arte e portolani al tempo stesso, opere che il comune amico Claudio Magris ricorda nei suoiMicrocosmi come «l'erratica guida alle isole di Giacomo Scotti».
La poesia di Scotti mi indusse a legge e a seguire gli sviluppi della sua narrativa. Recentissimamente ho avuto per le maniLa fanciulla con la stella d'oro, favole in cui c'è pure tanto mare, e altre favole scottiane raccolte nei libri Storie istriane,Racconti di questo e dell'altro mondo, Otkrice mora(La scoperta del mare, Sarajevo),Beskrajno more i mali galeb(Il mare infinito e il piccolo gabbiano, Kragujevac),Ribe sirene i ostale basne za odrasle(Pesci, sirene e altre favole per adulti, Zagabria) e altre ancora.
Fra i protagonisti delle storie scritte da Scotti non mancano i navigatori adriatici e le loro imprese su questo mare e sui mari del mondo, come quelli raccolti inVele di ventura. Forse mancava soltanto un racconto sui pirati, un libro sui pirati dell'Adriatico per il quale, ecco, scrivo queste parole: testi del genere sono intessuti nel nostro immaginario del mare, della navigazione, dell'avventura. Devo riconoscere qui, a dispetto della vanità, che il mio Breviario mediterraneo mi ha sollecitato a guardare cose che avevo trascurato, a vedere ciò che mi era sfuggito.
Con Giacomo Scotti mi sono incontrato anche fuori della letteratura. Ambedue ci siamo sentiti in minoranza: egli quale appartenente alla minoranza italiana di Fiume e dell'Istria, io come utopista che ha sempre cercato di difendere le minoranze. I nazionalisti non amano né lui né me. Giacomo, come italiano, se l'è passata peggio di me. Io sono stato costretto ad andarmene in Italia. Ma non ci siamo divisi: anche stando lontani, siamo rimasti l'uno accanto all'altro. I libri hanno superato le lontananze. La poesia non è soltanto quella che si scrive.
Per me, nato a Mostar nei pressi dell'antico ponte che è stato distrutto nell'ultima guerra, le persone come Giacomo somigliano ai ponti: Scotti ha tradotto non so quanti libri da quasi tutte le lingue che si parlano e scrivono nell'ex Jugoslavia. In determinati momenti, quando certe impellenze interiori glielo hanno dettato, ha scritto anche nella nostra lingua.
Con la sua costanza e il suo talento ha fatto molto di più di numerose istituzioni culturali che tentano di farti conoscere gli uni agli altri. È un lavoro, questo, che non può essere sufficientemente premiato, ma Scotti non ha mai lavorato per ricevere premi.
Mi è capitato di scrivere presentazioni, prefazioni, per un senso del dovere o di responsabilità. Stavolta sono felice di poter presentare un poeta, un narratore, un pubblicista qual è Giacomo Scotti. Questo mio compagno di navigazione su piccole e fragili barche a vela non è un capitano di lungo corso: ambedue siamo dei semplici marinai. Del resto sulle nostre imbarcazioni non ci sono capitani.

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Dal Il Piccolo di domenica 25 novembre 2001, Cultura e spettacoli:
ANTICIPAZIONE
«I pirati dell'Adriatico» di Giacomo Scotti: storia delle scorrerie tra coste e isole dell'Istria e della Dalmazia
Uscocchi, da mercenari a mitici «fratelli del mare»
Per gentile concessione, pubblichiamo un brano del libro «I pirati dell'Adriatico», imperniato sui «rifiuti di galera» nella letteratura.

Inizialmente, e prendiamo l'anno 1537, gli uscocchi salariati per il servizio militare permanente sono appena un centinaio. Saranno oltre trecento nel 1577 e seicento alla fine del secolo. Ma contando pure i mercenari e i cosiddetti casalini, cioè i cittadini atti alle armi, il numero raggiunge i milleduecento, per salire a duemila con i presidi dei forti annessi. Dapprima impegnati in scorrerie sui territori di terraferma già impoveriti dalle frequenti incursioni dei Turchi, gli Uscocchi sono costretti in seguito a rivolgersi quasi esclusivamente al mare che promette prede più ricche e più facili. Le acque del litorale – «pieno di scogli, di isolette, di porti e di ascosagne», per cui «in tutte le età» è stato «nido di Corsari» – si presta infatti mirabilmente alle imprese piratesche dei Segnani.
I quali, «volendo andare a fare qualche notabile bottino», chiamano anche «quelli di Ottociaz, del Vinadolo di Brigne, Perlegh (Brlog), tutte castella del contado di Segna, nonché quelli di Carlistot» alias Carlstadt ovvero Carlobago. Gli Uscocchi, sotto la guida dei voivoda, prendono il mare su velocissime imbarcazioni, correndo sotto costa e riuscendo facilmente a sfuggire agli inseguitori nei bassifondi della costa accidentata. Amici e parenti che gli Uscocchi hanno tra i sudditi veneti delle terre limitrofe si prestano volentieri a dare un aiuto svolgendo spesso il ruolo di spie e confidenti e partecipando poi alla spartizione del bottino. Uscocchi, cappelletti e venturini, dunque, saccheggiano pressoché in continuazione e senza farsi eccessivi scrupoli il retroterra turco e, sul mare, penetrano in ogni insenatura, correndo all'arrembaggio di qualsiasi nave il cui carico sia diretto nei porti dell'impero ottomano o da quei porti venga importato. Alcuni di questi porti si aprono sul medio e basso Adriatico e sulla costa albanese.
Le imbarcazioni uscocche, a remi e a vela, sono lunghe e sottili, in grado di muoversi con facilità negli stretti canali; ciascuna ha un equipaggio che va dai trentacinque ai cinquanta rematori, i quali sono al tempo stesso combattenti, armati di archibugi, di asce e cangiarri; spuntano immancabilmente all'improvviso dai punti più impensabili, quasi sempre di notte, nei giorni di pioggia, di gran freddo e di forte bora.
Le imprese degli Uscocchi lasceranno profonde tracce nella letteratura. Alcuni scrittori e poeti, sulla scorta delle «Relationes» venete, li dipingeranno a tinte nere; grazie alla penna di altri, saranno invece circonfusi dall'aureola dei più intrepidi eroi. Chi li presenta come esseri diabolici attinge a una serie di «ragioni» o «difese» (oggi si direbbero «libri bianchi») che il Governo di Venezia pubblicò a decine per informare l'opinione pubblica sulla vexata quaestio che minacciava di provocare una conflagrazione europea, e per perorare la propria causa di fronte al mondo. Ne trarrà così ispirazione, fra gli altri, la scrittrice francese George Sand per il suo «Uscoque», che sarà poi tradotto in italiano e pubblicato a Milano nel 1839. Ritroviamo gli Uscocchi nei versi del poeta sardo Felice Uda e nel libretto scritto da Boito per la «Gioconda» di Ponchielli: i «fratelli del mare». Non si contano poi romanzi, canti epici e poemetti che li esaltano nella loro lingua: di Uscocchi è piena la letteratura serba e croata.
Giacomo Scotti
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