da IL PICCOLO, Cultura e Spettacoli, 28 novembre 2002

Esce dalla Lint il libro dell’ortopedico triestino Arrigo Polacco, che racconta la storia di un ex soldato tedesco della Wehrmacht
La copertina La guerra, un corto circuito nella coscienza che non si cancella mai


È tedesco, ma potrebbe essere allo stesso modo italiano, inglese, americano, francese, russo o macedone. Ha combattuto la seconda guerra mondiale nella Wehrmacht, ma avrebbe potuto vestire la divisa del marine reduce dal Vietnam, o dell'alpino sfuggito alla morsa gelata della Russia, o di un soldato qualunque nella follia dei Balcani. Perché non è tanto l'identità o la storia di Horst, questo è il suo nome, che interessano, ma la domanda che percorre tutti i capitoli e che dà il titolo al libro di Arrigo Polacco: «A chi serve la guerra?», uscito per i tipi della Lint (pagg 77, euro 6) Ne parleranno domani, alle 17.30, alla Libreria Minerva, lo stesso autore e Valerio Fiandra. L'autore, medico ortopedico triestino, pittore e saggista, ha scritto questo breve romanzo in tempi lontani, sull'onda dei sentimenti provocati dalla tragedia del secondo conflitto mondiale. Ma nelle pagine del libro la morte, il sangue, la crudeltà di trovarsi davanti a un nemico in cui si riconosce il proprio stesso terrore, rimangono flash, sanguinari frammenti incastonati in un percorso che è piuttosto quello del faticoso reinserimento nella quotidianità, nella normalità, espiando la colpa di aver partecipato, lui, Horst, antimilitarista, alla tragedia cosmica della guerra. Basta allora un incontro, un racconto, un sogno, un mal di testa sulla metropolitana per materializzare davanti ai suoi occhi le istantanee della morte, del dolore, dell'annientamento umano: una suora che gli accarezza la fronte intrisa di sudore mentre la polvere densa di un'incursione penetra fin dentro l'ospedale da campo, l'imbattersi casuale, sugli Appennini nel '44, in un soldato americano nero intento a soddisfare i suoi bisogni corporali e vedere sul suo viso, nel momento di maggiore vulnerabilità, dipingersi una smorfia di terrore, un viluppo di cadaveri, soldati e civili insieme, mentre i caccia continuano a sganciare piccole bombe sulle strade inghiottite dalla morte. Per tutta la sua breve esistenza, la coscienza di Horst rimarrà turbata da sogni e ricordi che lo proiettano indietro, nell'orrore incancellabile della guerra. E il doversi confrontare, inevitabilmente, con la morte di un congiunto, di una persona amata, aggiunge al dolore contingente quello, mai superato, della tragedia collettiva vissuta. Così vedere le mani robuste del padre, stimato chirurgo, ingrossate e contratte nell'ultima presa genera in Horst il disgusto per le sue, che aveva usato anche per uccidere, o la scomparsa di una donna amata, nella banalità di una complicanza post-operatoria, ripropone gli eterni interrogativi irrisolti sul corto circuito che la guerra genere nelle coscienze. Lo spunto è impegnativo e già tante volte percorso dalla letteratura grande e minore. Arrigo Polacco ha il merito di non pontificare e di suggerire, sommessamente, una riflessione sempre attuale, con la confidenza e, a tratti, la profondità di un diario della coscienza.
Arianna Boria


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