Da In Città di Mercoledì 10 dicembre 2003-12-10
In
prima pagina
La vita vera dei portuali
“Animo, Portualini belli!”, il libro del Nònimo Portual (Uccio Furlani) è da poco uscito in libreria e ha già ottenuto molti consensi. Domani la casa editrice LINT lo festeggia con una proiezione, una lettura e un brindisi al Miela. Che un tempo era la “Casa del Portuale”.
In Trieste
Un libro e un brindisi alla salute dei nostri amatissimi portuali
Splendide fotografie e “virade” in dialetto: così Uccio Furlani (Nònimo Portual)
ha voluto rendere omaggio ai lavoratori dei moli e dei cantieri. Domani la
festa.
Sarà una vera festa, più che una tradizionale presentazione,
quella organizzata dalla casa editrice LINT al teatro Miela (già “Casa del
Portuale”) domani dalle ore 18 in poi. Si festeggierà “Animo,
portualini belli!”, il libro del Nònimo Portual (Uccio Furlani) che, appena
uscito in libreria ha già ottenuto molti consensi. Il programma prevede la
proiezione su grande schermo di tutte le splendide fotografie d’epoca a corredo
delle “virade” in dialetto triestino che narrano in buonumore la vita vera
dei portuali triestini. Sarà per primo Pino Roveredo a leggerne alcune, ma
anche altri ospiti a sorpresa si cimenteranno con l’atmosfera unica di un
porto che, sulla carta, è più vivo che mai. E alla fine, come ogni festa popolare
che si rispetti, sarà offerto agli ospiti un brindisi augurale natalizio.
L’ingresso è libero, e chiunque sarà il benvenuto, soprattutto tutti quelli
che hanno lavorato e lavorano in porto, dai Commissari al più giovane lavoratore.
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di Claudio Ernè, ne «Il Piccolo», mercoledì 10 dicembre 2003
Domani sera lo scrittore Pino Roveredo leggerà alcune «virade» del volume «Animo, portualini belli!» di Uccio Furlani
Il mondo dei portuali approda sul palcoscenico del Miela
Un libro, tante storie del porto che non c’è più, una festa. «Animo,
portualini belli!», il recente volume realizzato dalla casa editrice
Lint sui testi di Carlo «Uccio» Furlani, ha innescato una reazione a catena.
Domani sera alle 18, al teatro Miela, già Casa del lavoratore portuale, lo
scrittore Pino Roveredo leggerà alcune delle 22 «virade» del volume. È la
prima volta che il testo di Uccio Furlani approda al palcoscenico di un teatro
per essere rappresentato in pubblico.
Forse stiamo assistendo ai primi passi di una saga non dissimile da quella
di Bortolo delle Maldobrie. Carpinteri e Faraguna hanno «inventato» per i
loro libri un linguaggio preciso e una precisa società di riferimento. Uccio
Furlani va oltre, e come scrive il curatore del volume Fabio Amodeo, le «ventidue
virade ci vengono da un mondo diverso dal nostro, nel quale merci di ogni
tipo viaggiavano nella stiva delle navi, e caricare e scaricare quelle navi
rappresentava un’impresa d’ingegno, improvvisazione, inventiva. Solo così
si spiega lo spirito che pervade il libro: con la certezza dei suoi protagonisti
di appartenere ad un’aristocrazia del lavoro che unisce un piccolo popolo
accomunato dalla frequentazione dei Punti franchi. È una narrazione alla quale
non è possibile aggiungere o togliere nulla. Per questo abbiamo rinunciato
all’idea di note, glossari, spiegazioni. Entrare in quel mondo significa accettare
tutto: logica, linguaggio, vocabolario».
Alla festa del «Miela» hanno annunciato la loro partecipazione ex soci della
Compagnia portuale, attori, uomini di spettacolo, scrittori. Saranno proiettate
le fotografie stampate nel volume ed estratte per questa pubblicazione da
archivi di cui poco o nulla si sapeva.
Saranno presenti alla manifestazione gli eredi dell’autore, Fabio Amodeo e
il direttore editoriale della «Lint» Valerio Fiandra.
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Renzo
Sanson, ne «Il Piccolo», lunedì 1 dicembre 2003
STRENNE
Esce venerdì, pubblicata dalla Lint, l’originale raccolta in dialetto di Carlo
(Uccio) Furlani
Fronte del porto, ma in triestino
Ventidue “virade” tutte imperniate sulla vita quotidiana nello scalo
«’Sta maledeta tara triestina – “no se pol”,
“no se ga mai fato” – in Porto no la esisti: per Noi, se gavemo voia, tuto
se pol e, se no se ga mai fato…sé ora de cominciar…Ierimo un grande Porto.
E non savevimo de verlo». Parola del Nònimo Portual che firma il libro «Animo,
portualini belli!» (Lint, pagg. 132, euro 15,00), una strenna di Natale bella
e pronta (in vendita da venerdì) che propone una serie di storie – raccontate
in vernacolo – sul «porto franco» di Trieste, nato tre secoli fa per volontà
dell’imperatore d’Austria Carlo VI.
In realtà, l’autore che avrebbe voluto rimanere anonimo, anzi «nònimo», è
Carlo (Uccio) Furlani «portualin de quatro generazioni» nato a Trieste nel
1931 che, dopo la maturità al Petrarca (ancora nella sede di viale XX Settembre)
e qualche anno di Giurisprudenza, preferì andare in Porto, all’inizio come
commesso di sottobordo alle dipendenze della ditta del padre Carlo, per finire
come spedizioniere doganale. Furlani, per inciso, era stato anche una speranza
dello sport: azzurro di basket, nel 1952 ri8nunciò alla convocazione alle
Olimpiadi di Helsinki per motivi di studio. Dopo 55 anni da «nònimo portual»,
nel 1990, spinto dalla moglie Maria Grazia e dai figli Renato e Susanna, ha
cominciato a scrivere i ricordi che tante volte aveva narrato. Uccio è morto
il 31 gennaio di quest’anno. Il suo libro è dedicato «a tuti quei tanti che
xe ‘ndai fora del Porto e che de Lori no se ga savù più gnente».
Il testo è tutto in dialetto («No darò nissuna spiegazion del parlar del Porto:
chi capissi, capissi, pei altri…pegola»), un gergo quotidiano, spesso tecnico,
all’apparenza povero e stringato, eppure dotato di un ricchezza linguistica
– basta saper ascoltare, «sonorizzare» il testo – e di una «umanità» altrimenti
indescrivibile.
Per chi non è mai entrato nei meandri del Porto Vecchio o Nuovo questo libro
rappresenta, dunque, un «pass» per scoprire, divertendosi, un altro mondo
(oggi molto cambiato), con proprie regole e leggi.
«Provarò – scrive l’autore – a far capir la testa sana del Portualin Triestin».
E Furlani lo fa con ventidue «virade» (così chiama le sue storie) imperniate
sulla vita quotidiana in porto. Storie vere e schiette, «franche» come il
dialetto che usa per raccontarle, scandite da una serie di fotografie, in
gran parte inedite, scelte da Fabio Amodeo che del volume ha curato anche
la grafica e l’impaginazione.
Protagonisti sono gli Omini (sempre con la O maiuscola e ben distinti tra
Omo de Bordo e Omo de Tera) che in quel piccolo mondo hanno lavorato per anni:
Stivatori, Capi hangar, Fresadori; Capi nave, Gruisti…Un lavoro duro, il loro,
e talvolta, a seconda del carico, anche sporco e puzzolente («Mi, che iero
solo per controlo, de matina spuzavo vivo e dovevo tornar casa sul dedrio
del vagon verto del Nove, perché la gente se voltava»), ma anche gratificante,
perché salire a bordo di certe navi (dal «Teresa» al «Saturnia» all’«Antonia
Cosulich») era per loro «come andar al Verdi».
Fra le storie più spassose, la discussione su Dio (c’è o no?), la cui esistenza
è sostenuta da un Omo a suon di cristi e madonne. Oppure quella sul «portar
fora». «In Ponterosso se ruba, in Porto se ciol», precisa il Nònimo, spiegando
perché non si trattava di contrabbando, bensì una prassi di «raccolta» consentita
(anche dalla Finanza) quanto meno dalla fisiologica presenza di sacchi o imballaggi
rotti: «Una scarsela de cafè, do de nosele, diese deca de pevere, diese naranze,
do scatole de spagnoleti e robe cussì, ad uso stretamente familiare, no iera
considerà contrabando, ma solo portar fora - amesso». Con milleuno stratagemmi:
«El Sior Ernesto el gaveva pie 41 e scarpe 48 pianta larga». El “portava fora”
sempre picoleze, per iurtarse, vinti/trenta deca per scarpa».
Le storie, anzi le «virade», si susseguono in un contagioso crescendo di risate.
Vien voglia leggerle a qualcuno, ad alta voce. Anzi, a questo punto, perché
non portarle a teatro e metterle in scena?
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