da IL PICCOLO, Cultura e Spettacoli, 25-10-2002

SOCIETA' Un volume di Giovanni Carrari (edito da Lint) racconta il diffondersi del culto a Trieste
Maria Teresa disse "no" ai protestanti
Solo l'Editto di tolleranza di Giuseppe II diede il riconoscimento alla comunità

Una cartina di tornasole la presenza dei protestanti a Trieste: la consistenza delle loro comunità, infatti, aumenta con il progredire e diminuisce con il declino della città. Non si vuol dire però che questo parallelismo sia da ascrivere a loro merito o demerito, tuttavia esiste uno stretto collegamento fra l'espandersi delle attività commerciali e finanziarie e l'incremento di immigrati di area europea. Ma c'è anche il richiamo di un clima culturale in linea con gli ideali protestanti: finché a Trieste si respira aria di cosmopolitismo liberale e di convivenza tra etnie diverse, i culti evangelici troveranno corrispondenza di valori e collaboreranno, mettendo a disposizione risorse e talenti, all'amministrazione e all'economia della città. Invece, di fronte alla chiusura in un nazionalismo sempre più marcato, il loro impegno pubblico viene meno, non solo per la fedeltà alla cosiddetta "nazione triestina", vista come "patria di più patrie", ma anche per il pluralismo intrinseco alla loro estrazione. Infatti, i protestanti a Trieste provengono non solo dall'Impero asburgico, ma anche da Svizzera, Francia e dai Paesi anglofoni. E, visto il fondamentale spirito di collaborazione che li accomunerà, superando differenze teologiche e dogmatiche in nome di una solidarietà cristiana, nei momenti di difficoltà saranno capaci di scambiarsi sostegno economico, luoghi di culto e officianti, senza badare se sia il pastore elvetico a predicare ai luterani, o il metodista ai valdesi. Sono dati tratti dal corposo libro di Giovanni Carrari, "Protestantesimo a Trieste", edito dalla Lint (che viene presentato domani, alle 17.30, nella chiesa di San Silvestro a Trieste, da Giancarlo Hofer, presidente del Centro "Schweitzer", da Dea Moscarda dell'Università di Trieste e da Pierpaolo Dorsi, soprintendente archivistico del Friuli Venezia Giulia), scritto nella duplice veste di storico e di pastore delle Chiese riformate e di quella metodista. Un doppio punto di vista, quindi, per affrontare la prima opera esaustiva sul rapporto tra Trieste e le comunità evangeliche tra '700 e '900, con un accenno di cronaca attuale. Carrari comincia con l'abbattere un mito: chi ha detto che Maria Teresa fosse un esempio di tolleranza religiosa? Sarà vero per quanto riguarda ebrei e ortodossi, ai quali venne concessa la libertà di culto, ma non per i protestanti, che dovettero aspettare l'Editto di tolleranza di Giuseppe II per ottenere il riconoscimento. Questo diverso trattamento, come spiega Carrari, era dovuto al retaggio di due secoli di guerre di religione in Europa, ma anche perché era rischioso aprire un "altro focolaio" a Trieste, mentre era stata a fatica ricondotta al cattolicesimo l'Austria inferiore. Collegata strettamente alle vicende della città, la presenza dei protagonisti ne favorisce lo sviluppo economico; basti fare il nome di qualche grosso imprenditore: Alfredo Escher, tra i fondatori dell'Arsenale di San Marco, Antoni Bischoff, proprietario della famosa ditta di liquori, Ermanno Hausbrandt, attivo nel ramo del caffè. Alcuni esponenti più in vista partecipano al Consiglio comunale, sono membri della deputazione della Borsa, presiedono alla Camera di commercio. Tra '700 e '800 le diverse comunità si distinguono per le attività svolte: mentre gli elvetici eccellono come pasticcieri, fondando diversi posti di ristoro come il "Caffè all'Austria" o il "Caffè alla Borsa", i luterani sono perlopiù mercanti e imprenditori commerciali. Bisogna aspettare il 1918 per l'ingresso dei valdesi, con l'arrivo di soldati e funzionari italiani per sostituire le persone allontanate da Trieste dopo la guerra. Poiché la comunità elvetica, data la nuova situazione politica, propendeva per un pastore di lingua italiana, nel 1927 fu stabilita una convenzione che accomunava i culti, le attività ecclesiastiche e il pastore della Chiesa elvetica e valdese. Questa convenzione, tuttora in vigore, ha prodotto un'integrazione fra le due comunità. Programmata nell'ambito di un'operazione missionaria la partenza della Chiesa metodista, che a Trieste ebbe un pastore prima ancora di contare su una comunità. Felice Dardi, mandato a predicare alla popolazione locale, adottò uno stratagemma per aggirare il divieto di celebrare il culto in pubblico: limitò l'accesso ai tesserati. Nonostante fosse a più riprese denunciato e condannato all'arresto e perfino alla chiusura della chiesa, collocata su Scala dei Giganti, Dardi stravolse con successo la rinuncia al proselitismo tipica della tradizione evangelica. La compartecipazione in affari di persone appartenenti a religioni diverse viene descritta da Carrari come una particolarità di Trieste e come una carta vincente giocata nel suo sviluppo commerciale e finanziario. I protestanti parteciparono al primo costituirsi delle compagnie assicurative; ruoli di spicco ebbero due luterani: Giovanni Cristoforo Ritter è il primo presidente e uno dei maggiori azionisti delle Assicurazioni Generali, mentre Ermanno Lutteroth è tra i fondatori della Ras e rimane nel consiglio di amministrazione. Notevole l'interesse per le attività filantropiche, svolte anche attraverso associazioni dedicate all'assistenza di poveri, vecchi e malati. Campioni di questa tendenza il lascito della baronessa Cecilia Rittmeyer per la fondazione dell'Istituto per ciechi e la fondazione di un "ospizio cristiano" per opera della baronessa de La Tour. Ma anche l'istruzione occupa un posto d'onore, comprensibile pensando alla necessità di alfabetizzazione per una religione che concede il libero esame dei testi sacri. Nel 1845 nasce la scuola elvetica e luterana, che si presterà come servizio alla città dopo l'abrogazione del divieto di frequenza ai cattolici. In realtà, alla grossa apertura nei confronti del mercato, unendo capitali provenienti da varie nazionalità, non corrisponde a Trieste una cultura unica, che trasfonda in una base ideale la sua realtà cosmopolita. Carrari riprende l'immagine dell'arcipelago, dove i gruppi etnici dediti all'interscambio, ma incapaci di fondersi in un'entità nuova, rappresentano altrettante isole radicate nella loro identità.

Giorgetta Dorfles


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