Piercarlo Fiumanò, ne «Il Piccolo» martedì 9 dicembre 2003
STORIA
Lint pubblica il secondo volume della «Storia economica e sociale» intitolato «La città dei traffici»
L’Italia disse: non vogliamo Trieste
Affari commerciali e irredentismo analizzati in un saggio di Helmut Rumpler

Trieste degli empori e dei traffici nel «multiforme impero degli Asburgo»: un’analisi densa e completa dei rapporti economici, sociali e elettivi che legavano insieme la città e la casata viennese. Esce domani, per i tipi della Lint, il secondo volume della «Storia economica e sociale di Trieste» («La città dei traffici: 1719-1918». Pagg. 830, euro 65, a cura di Roberto Finzi, Loredana Panariti e Giovanni Panjek, Lint).
Dopo avere esplorato la vita sociale e lo sviluppo urbano, il team di storici guidati da Roberto Finzi scava nel DNA economico e sociale della Trieste imperiale: il destino di una città che «fu asburgica, in seguito ad un atto volontario, per oltre cinquecento anni, ma solo per un secolo, l’ultimo dominio della casata d’Austria, fu realmente città, e città di peso crescente», scrive Finzi.
Un evento editoriale, l’uscita di questo secondo volume, che fa piena luce sul destino di una città legato alla presenza «di una vasta borghesia mercantile che coincide con lo stesso avvio del porto franco triestino nella prima metà del settecento», come sottolinea Anna Millo che nel suo saggio scava nei rapporti fra il capitalismo triestino e l’impero asburgico.
Un modello di sviluppo, quello triestino, che si forma negli anni Trenta dell’Ottocento con l’espansione delle grandi compagnie assicurative e la navigazione mercantile: il Lloyd Austriaco contava all’epoca su una flotta di una ventina di navi. Capitale triestino legato a doppio filo con quello asburgico? Rivelatrice, per la sua efficace chiarezza interpretativa, la lettura del saggio di Helmut Rumpler che spiega come mai il rapporto fra Vienna e Trieste «finì in un’inimicizia». Secondo lo storico la grande borghesia imprenditoriale triestina si trovò in conflitto «fra la necessità di difendere la propria identità culturale e politica» e la « dipendenza dall’entroterra economico delle province asburgiche». E così secondo Rumpler ci furono due Trieste: quella «municipalista e aristocratica» e quella «multiculturale, borghese e austriaca».
E come spiega Loredana Panariti in un saggio «chiave» sul sistema finanziario triestino la città sopperì alle carenze del sistema finanziario, alla sua «fame di capitali», con la grande diffusione delle compagnie assicurative, in primo luogo Generali e Riunione Adriatica di Sicurtà (Ras).
Nel libro, che si vale di un ampio utilizzo delle fonti archivistiche locali e nazionali, nonché di Vienna e Lubiana, convivono sensibilità storiografiche diverse, spiega Finzi. È il valore aggiunto del libro. I contributi all’opera, oltre a quelli citati, sono di Eva Faber, Alessio Fornasin e Daniele Andreozzi che hanno esplorato i rapporti fra politica ed economia. Giorgio Gilibert, in particolare, interviene su «L’avventura coloniale della Compagnia asiatica di Trieste». La sezione dedicata ai rapporti fra commercio e finanza vede le indagini di Giovanni Panjek, Werner Drobesch, che approfondisce «il ruolo di Trieste fra i porti marittimi e fluviali austriaci» e Loredana Panariti. Al mondo produttivo sono riservate le analisi di Marta Verginella, Bruno Lisjak Volpi, Tommaso Fanfani e Daniele Andreozzi. Infine Aleksander Panjek, Giacomo Borruso, Cristina Bradaschia e Giuseppe Borruso fanno luce sull’imponente crescita urbana e sulle infrastrutture terrestri e portuali.