da Tireste, ah Trieste...
50 anni di fatti, misfatti, incontri e scontri, delusioni e speranze

di Fulvio Anzellotti

 

Devo la vita, la mia esistenza stessa, a un vecchio zio saggio. Nel 1925 mia madre si innamorò di un bell’ufficiale italiano che aveva gli occhi verdi e i capelli di un nero corvino. La sua carnagione scura era stata accentuata dal sole del deserto africano, dove aveva dovuto partecipare alla riconquista della Libia, dopo avere fatto la grande guerra, dal Piave a Caporetto e a Vittorio Veneto nel corpo degli arditi.
Il padre di mia madre era irredentista ma nato e cresciuto in Austria Ungheria, dove suo nonno, a Zara, si era meritata una nobiltà “di servizio” come Oberkriegskommissär (Commissario superiore di guerra) per la Bosnia Erzegovina e Dalmazia.
Avuto sentore del pericoloso sbandamento della sua figlia maggiore per l’ufficiale italiano, mio nonno chiese informazioni su di lui al generale che comandava il presidio di Trieste, che gli disse: – È un ufficiale bravo e valoroso, ha una medaglia d’argento, due di bronzo e una croce di guerra. Ma viene dalla “bassa forza”.
Detto fatto mia madre fu spedita in viaggio per l’Europa, con destinazione finale Londra dove avrebbe dovuto imparare l’inglese e soggiornare presso gli zii che vi abitavano, per il tempo necessario a dimenticare il bell’ufficiale, che veniva dalla gavetta.
Il bel capitano era il più giovane di una famiglia ciociara di una ventina di figli, di cui dieci viventi. Dieci figli non si potevano mantenere: le femmine dovevano scegliere fra andare in convento oppure a servizio in città. L’alternativa per i maschi era l’emigrazione o la carriera militare. Naturalmente da sottufficiali, perché per andare all’Accademia di Modena e diventare ufficiali bisognava avere i soldi per fare tanti anni di scuola. Però il bel soldatino era tenace e voleva far vedere alla sorella maggiore che gli aveva fatto da mamma, di che cosa era capace. Si fece mandare di guarnigione a Caprera, fuori del mondo, e lì si fece arrivare tutti i libri necessari e studiò a lume di candela. Quando fu pronto, andò a Modena, fece il suo esame, e fu ammesso all’Accademia da dove uscì ufficiale in tempo per fare tutta la prima guerra mondiale, guadagnarsi le sue medaglie ed essere promosso capitano sul campo.
Ma sempre dalla gavetta veniva.

 

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