|

da
Croazia
1944 - Diario di guerra di un diciassettenne
di Ugo Borsatti
17 settembre 1944.
Alle 7 del mattino, come indicato nella cartolina-precetto, mi presento in via Flavio Gioia, accanto alla Stazione Centrale di Trieste, unitamente a un migliaio di concittadini, per lo più giovani delle classi 1927 e '28. Ho con me un grande zaino in cui porto quanto prescritto dal Supremo Commissario tedesco: “un cucchiaio, una forchetta, un coltello, una gavetta, un bicchiere, un asciugamano, almeno una coperta, abiti da lavoro e possibilmente scarpe robuste e viveri per una giornata”; a dire il vero di viveri ne ho per diversi giorni, in quanto parenti ed amici si son dati da fare per trovare, pur con grande difficoltà, cibarie di vario tipo, di cui mi hanno fatto dono. Le voci raccolte qua e là dicono che saremo portati in zone abbastanza vicino alla città per eseguire lavori di fortificazione ed è con la speranza di non finire troppo lontano da casa che salgo sul treno speciale allestito su un binario laterale.
Poco dopo le nove il convoglio lascia la stazione, accompagnato dalle note di una banda militare tedesca che sta suonando nell'inutile tentativo di render meno triste il distacco da parenti ed amici. L'atmosfera è pesante e su tutti grava l'incognita del futuro: saranno veramente il Carso e l'Istria le mete che raggiungeremo? Si tratterà veramente di sole quattro settimane, come promesso da chi ci ha reclutato?
Con questi incubi nell'animo il tempo trascorre lentamente, come lentamente procede il lungo convoglio, scaricando ogni tanto parte del suo carico umano. Allucinante lo spettacolo a fianco della strada ferrata: quasi senza soluzione di continuità si notano carcasse di locomotive e vagoni fatti saltare dai partigiani.
A San Pietro del Carso approfitto della sosta per scrivere una breve lettera a casa e far credere a mia madre che sono tranquillo: “S. Pietro, 17. 9. 44, ore 12 e 15. Cara mamma, si sperava di fermarsi a Erpelle o a Piedimonte, ma invece siamo già a San Pietro del Carso. Corre voce che si vada a Fiume. Speriamo di no. Comunque il morale è altissimo. Qui tutto bene…”
Il viaggio prosegue e la preoccupazione più grande è ora quella relativa al
pericolo di saltare su qualche mina o di venir attaccati dai partigiani.
Verso sera, finalmente, il treno arriva a Giordani: qui vengo fatto
scendere, assieme ad un gruppo di coetanei.
Ritorna all'indice
|