|

da
Cronache
di un altro ieri
di Maurizio Platania
A
quanto risultava alla vecchia, negli ultimi giorni di vita suo padre fu
ossessionato dall'idea che la torre della cappella del cimitero potesse
crollare sulla sua tomba. Si era rassegnato all'idea di dover morire e le
sue preoccupazioni erano proiettate sul dopo. Francesco lasciava una vedova
di trentasei anni, di monumentale bellezza – Ilaria – e quattro figli, un
maschio e tre femmine, di cui l'ultima, Domitilla, di appena pochi mesi.
La torre era malandata: crepe, infiltrazioni d'acqua, calcinacci, a volte
dei grossi ciottoli di fiume che si staccavano dalla muratura fradicia e
finivano giù come proiettili mentre il malcapitato di turno si faceva il
segno della croce e tirava avanti. Alla fine crollò disseminando di macerie
il terreno erboso, ma senza causare danni né ai vivi né ai morti. La gente
lo sapeva e girava alla larga, e le tombe erano distanti a sufficienza,
compresa quella di Francesco, apparentemente così prossima alla zona di
pericolo.
I timori del bisnonno si erano rivelati scandalosamente ingiustificati,
visto quello che si lasciava alle spalle, cioè più o meno un disastro, ma le
sue ossessioni in punto di morte gli furono perdonate. La bisnonna ebbe
l'intuizione, geniale, che non vi sarebbe stato il tempo per recriminazioni
o dolci ricordi. Un giovanotto che portava i capelli a spazzola e veniva a
trovarla in pieno inverno nella villa di Cassegliano, quella che poi è
andata a fuoco e i nuovi proprietari ci stanno spendendo un occhio della
testa per ristrutturarla. Francesco portava i pattini legati al collo e le
assicurava di averli usati per superare l'Isonzo ghiacciato e tutto sommato
c'era da credergli. Una persona colta e intelligente, a quel che si dice, a
suo tempo frequentatore del caffè Tommaseo dove faceva la sua figura, quando
si parlava di opera lirica, o persino di letteratura, o di pittura. Si erano
incrociati una volta a Gorizia, a spasso con le rispettive famiglie, lui
aveva buttato l'occhio; chi era quella signorina così alta e così bella, che
sembrava fare proprio al caso suo.
Uomo d'ingegno, magistrato integerrimo, avvocato di raro talento (è morto un
bravo avvocato, fu il commento di un collega del foro), marito fedele, padre
affettuoso, come ricordò don Just nel corso dell'ufficio funebre, con
eccessiva ma doverosa indulgenza nei riguardi del morto; Francesco fu tutto
quello che di buono si disse di lui, ma qualcuno in famiglia si ricordava
ancora della forte somma che aveva perso al gioco, quand'era studente a
Vienna, e a casa avevano dovuto sganciare per mettere le cose a posto, e poi
era stato anche a Parigi, al Moulin Rouge, e secondo l'ottica dell'epoca non
è possibile che fosse per farci qualcosa di buono.
Riguardo al marito fedele sembra che la bisnonna avesse qualcosa da ridire,
particolarmente a proposito di una certa signora di Trieste, ma lì per lì,
in chiesa, presumibilmente affranta, in gramaglie, i tre figliuoli più
grandi e la suocera accanto a lei, oltre ai cognati e alle cognate, è quasi
certo che non ascoltasse neppure.
Ritorna all'indice
|