da Racconti di una vita di Giacomo Scotti

Racconti da Fiume - Storie dall'Istria - Racconti da un'altra sponda - Favole di pesci e di mare

 

Parte Prima - Racconti da Fiume

Nicola il Pulgiese

 

– Altosciano Nicola! – si presentò, spiccicando cognome e nome con una pronuncia che rivelò subito la regione pugliese di origine. Gli strinsi la mano che mi porgeva, presentandomi a mia volta e denunciando, con il mio accento, l'origine napoletana. Aveva una manaccia. Era tutto una statua dai piedi alla testa, largo di spalle, un petto che mi pareva immenso. Non alto, però, anzi basso addirittura. Un ceppo di albero annoso, nodoso, grosso, solido. Al ceppo mi venne da pensare dopo, quando seppi di lui molto di più e mi disse, tra le altre cose, che aveva lavorato da bracciante sulle terre fra la piana di Metaponto e la foce del Sinni.
Come avesse fatto a lasciare il suo paese laggiù in fondo all'Italia per venirsene in Slovenia non lo diceva. Era lì, a Prestranek, con la bora e la neve già in ottobre, in un cantiere edile. Per altri si trattava di un'avventura; i più non erano venuti da lontano: da Monfalcone, da Trieste, da Gorizia, al massimo dal Veneto. Molti non avevano fatto altro che tornare nei luoghi dove avevano combattuto nella seconda guerra mondiale, e con gli Sloveni potevano scambiare qualche parola senza interpreti. Lui no. Il pugliese Altosciano Nicola non ne capiva una parola e non c'era stato mai oltre il confine. Nemmeno io, che ero arrivato da un paese della cintura di Napoli, dopo una sosta tra estate e autunno a Monfalcone, Ronchi e Trieste. Gli altri parlavano di ferriere a Jesenice, di fabbriche a Lubiana, di miniere a Velenje – e invidiavo loro questa conoscenza di luoghi e cose che a me sembravano dell'altro mondo – oppure di impieghi meno faticosi a Fiume che gli sloveni chiamavano Reka. Solo lui, Nicola, non aveva fantasie, dava l'impressione che quell'angolo di mondo in cui ci si trovava fosse la sua ultima meta, ed altro lavoro non cercasse che quello che gli facevano fare a Prestranek, un paese che nemmeno ci stava nella sua bocca, sicché il nome ne usciva abbreviato e addolcito senza le erre, quasi una “pastinaca”, laddove però le “a” diventavano “e” come… nell'originale.
In mensa, un lungo tavolo sotto la baracca, Nicola faceva il bis con la polenta. Nel sugo di quella polenta, la cosa migliore, riusciva a intingere mezzo chilo di pane. C'era la cuoca – l'unica donna, se ben ricordo, in quel collettivo di cantiere – che mostrava a Nicola evidenti simpatie. Per la corporatura facevano il paio. Lei aveva tette che non sapeva dove mettere e come trattenere: dilagavano. Un corpo sgraziato, una palla, ma la faccia sprizzava simpatia: una bella carnagione rosea delicata, guance ben modellate, più ancora la bocca, e una cascata d'oro di capelli. I seni della donna, soprattutto, piacevano a Nicola. Non lo diceva, ma quando lei veniva a versargli la polenta nella zuppiera e, ridendo, ripeteva le uniche parole d'italiano che sapeva: – Mangerìa, mangiarìa buona – vedevo Nicola smarrito con l'occhio in quei seni biblici che ondeggiavano biondi, la parte sovrabbondante tra la scollatura, sopra l'ultimo bottone della camicetta. Pensavi: non sa se tuffarsi nella polenta o fra quelle giunoniche mammelle.

 

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