 |
Renate Lunzer
IRREDENTI REDENTI
intellettuali giuliani del
'900
472 pagine,
17x24 cm,
brossura con alette, ill.
ISBN 978-88-8190-250-7
Euro
25,00 |
Nel Novecento, tra vicende complesse eanche
dolorose, Trieste e la Venezia Giulia hanno rappresentato un luogo
simbolo del confronto fra culture diverse. E la loro tradizione
letteraria è un caso esemplare di cultura come “attraversamento del
confine.
Renate Lunzer colloca al centro della sua analisi il rapporto dialettico
fra cultura italiana e cultura austriaca, offrendo al lettore
un’affascinante serie di ritratti dei maggiori intellettuali giuliani
del Novecento:
sono gli “irredenti redenti”, gli innamorati di un’Italia ideale che si
scontrarono con le disillusioni della Storia, divenendo tra i più
importanti mediatori dell’eredità austriaca in Italia. Un coro a più
voci, dall’irredentista Biagio Marin a Claudio Magris, grazie al quale
l’Austria e il “mito” dell’Austria si sono introdotti nella coscienza
culturale degli italiani.
Scarica la scheda
(file .pdf 98KB)
|
VEDI TUTTI I NOSTRI

|
da “Il
Corriere della Sera” del 10 gennaio 2010
Patria Italia unita sempre irredenta
Mito e realtà i molti nodi
irrisolti della Nazione 150 anni dopo
di Claudio Magris
In vista delle celebrazioni, pesa il dibattito sulle contraddizioni e
gli errori che accompagnarono la nascita dello Stato. Ma all’inizio del
Novecento al nazionalismo imperialista seppe opporsi quello democratico
e mazziniano di tanti letterati giuliani
Molte critiche al processo di unificazione sono più che giustificate,
purché non vengano avanzate con la supponenza di chi ignorantemente
scopre l’acqua calda. La denuncia della non risolta questione
meridionale c’è nel «Gattopardo» e nei «Viceré»
Svevo e Saba, Slataper e Stuparich, Spaini e Bazlen, Marin e Voghera o
Enrico Rocca: una galleria di maggiori e minori protagonisti e un
vivacissimo panorama storico-letterario dell’epoca, al centro del saggio
della studiosa austriaca Renate Lunzer «Irredenti redenti»
«Una d’arme, di lingua e d’altare, di memorie, di sangue e di cor».
Nessuno pretende che nel 2011 si celebrino i centocinquant’anni
dell’unità d’Italia con questi versi del marzo 1821 di Manzoni, il
nostro scrittore nazionale per eccellenza. Nell’attesa della ricorrenza,
l’anno prossimo vedrà presumibilmente, oltre alle discussioni sulle
iniziative e i progetti di festeggiamenti e sui loro meriti o carenze,
soprattutto polemiche su quell’«una» e sulle contraddizioni ed errori
impliciti nel processo che ha portato all’unità d’Italia. Indubbiamente
quei versi manzoniani sono messi in difficoltà dal crescente divario -
non solo economico e sociale, ma anche politico, pure all’interno della
coalizione che governa il Paese - fra Nord e Sud, dalle spinte verso
autonomie e localismi sempre più accentuati, dalle rivendicazioni di
identità etniche e linguistiche talora contrapposte al senso stesso
dell’Italia unita, dalla presenza e dall’arrivo di immigrati dai più
diversi paesi e dalle più diverse culture, con le contrastanti reazioni
che tutto ciò suscita. Spesso parlare dell’unità d’Italia diviene
un’arringa d’accusa al processo che l’ha realizzata. Se nel 1961, nella
ricorrenza del centenario, prevaleva un senso forte del Paese e della
Patria che poteva facilmente scadere nella retorica, ora prevale
un’antiretorica nazionale, altrettanto scontata ed enfatica. Molte
critiche al processo di unificazione sono più che giustificate, purché
non vengano avanzate con la supponenza di chi ignorantemente scopre
l’acqua calda. La denuncia della non risolta questione meridionale -
lacerazione fondamentale del nostro Paese e della sua storia - è più che
giusta, ma non è una novità. Il romanzo L’alfiere di Alianello, che
racconta l’impresa dei Mille dal punto di vista dei borbonici vinti, è
del 1943; il cancro del trasformismo italiano, denunciato nel Gattopardo
uscito nel 1958, è già presente nel capolavoro che l’ha ispirato e che è
ancora più grande, I Viceré di Federico De Roberto, pubblicato nel 1894.
Le prime inchieste dei grandi meridionalisti che mettono a nudo le
piaghe del Sud e la sua separatezza, quelle di Franchetti e Sonnino,
sono del 1875 e 1876 e il grande libro di Massimo Salvadori sul mito del
buon governo e la questione meridionale è del 1960. Come ha scritto di
recente in un forte libro Giorgio Ruffolo, c’è stato un Risorgimento
caldo, ma anche un Risorgimento freddo. Riprendere quei temi già
studiati è utile, purché lo si faccia senza superbia intellettuale e
senza acredine, con quella critica al proprio Paese che dev’essere
talora patriotticamente dura, ma appunto patriottica. Tutti i governi, e
quello attuale in particolare, accusano falsamente di anti-italianità
chi li critica, ma la critica, per non meritare questa accusa di comodo,
deve nascere dall’amore, come l’ira di Dante per la «serva Italia, di
dolore ostello». In particolare, è scorretto fare un uso politico della
Storia, servirsi di Garibaldi o del brigantaggio meridionale per la
politica del momento. Certamente esiste un supponente dileggio
dell’Italia che merita a chi se ne compiace l’accusa di «anti-italiano»;
per esempio a chi, magari solo per aver trascorso un periodo in qualche
università americana - cosa che ormai capita a quasi ogni studioso -
credendosi perciò chissà chi, gioisce di sputare sull’università
italiana. Ma anche in questo caso non si tratta solo di mancanza di
carità e di rispetto, bensì, come del resto sempre ove mancano carità e
rispetto, di deficit d’intelligenza. Il rapporto fra Nord e Sud è forse
il più vistoso, ma non certo l’unico nodo irrisolto della storia
d’Italia. Innumerevoli problemi politici, economici, sociali, religiosi
si intrecciano, nel bene e nel male, alle vicende di questi
centocinquant’anni e non è possibile nemmeno alludervi. Un altro nodo,
che sarà centrale nelle discussioni, è rappresentato dalla guerra civile
del ‘43-45 e dallo scontro fra chi vede nella Resistenza la morte della
Patria e chi invece vi vede una sostanziale ancorché contraddittoria ma
liberatrice rinascita. Anche in questo caso, il mito retoricamente
celebrativo della Resistenza dominante per molti anni - che, come ogni
mito preso alla lettera o usato politicamente, rimuove e mistifica le
contraddizioni reali - è in parte responsabile di tante denigrazioni
odierne, anch’esse spesso strumentali e faziose, settariamente - e
dunque retoricamente - concentrate solo sugli aspetti negativi. Talora
le stesse persone che, ormai parecchi anni fa, militando in formazioni
di estrema sinistra, sottacevano i crimini commessi in nome della
Resistenza, ora, voltata gabbana, prosperano additando solo quei
crimini. Nemmeno i partigiani erano un popolo di santi, eroi e
navigatori, come il duce pretendeva fossero gli italiani, e dalla loro
vittoria non è nato, come alcuni pateticamente credevano, un mondo
perfetto di giustizia e di pace. Ma è nata - non solo grazie ad essi, ma
anche grazie ad essi - un’Italia democratica, ed è già molto. La
Resistenza fa parte del Dna della nostra storia e non si potrà celebrare
l’Italia rimuovendo o negando il ruolo che essa ha avuto nel suo
destino. Per capire più a fondo il complesso retaggio che ci costituisce
e le contraddizioni dell’Italia e del patriottismo, è ancor più
necessario riandare a un momento tragico, rivelatore e costitutivo del
sentimento di italianità: alla prima guerra mondiale o meglio alla
passione patriottica con la quale gli irredentisti triestini e giuliani,
allora sudditi dell’impero absburgico, hanno vissuto - in modi diversi,
nazionalisti e imperialisti o democratici ed europeisti - l’attesa del
congiungimento all’Italia, l’apocalissi della guerra e la gioia - presto
divenuta sofferta, polemica, ma pur sempre amorosa delusione - di essere
divenuti italiani. Questo amore fedele e severo è un lievito
fondamentale dell’unità nazionale. Ne ha scritto di recente - in un
libro eccellente nella ricostruzione storica, nell’interpretazione
etico-culturale e nell’esposizione puntuale ed ariosa, che si legge come
un racconto - Renate Lunzer, una studiosa austriaca. Irredenti redenti.
Intellettuali giuliani del ‘900 s’intitola la traduzione italiana di
Federica Marzi, introdotta da un chiarificatore saggio di Mario Isnenghi
(edizioni Lint). Il libro di Renate Lunzer costituisce un affresco
originale di quella grande stagione culturale triestina, attraverso
ritratti nuovi e approfonditi delle sue figure più e meno note - Svevo e
Saba, Slataper e Stuparich, Spaini e Bazlen, Marin e Voghera o Enrico
Rocca e altri ancora - inserite nel vibrante contesto storico
dell’anteguerra, della guerra e del dopoguerra. Ma, oltre e più che una
galleria di maggiori e minori protagonisti e un vivacissimo panorama
storico-letterario, Irredenti redenti è un contributo essenziale alla
comprensione di un momento chiave e pressoché conclusivo di quel
processo di unificazione dell’Italia che ci si prepara a ricordare. Se
la Grande Guerra segna per così dire la conclusione del Risorgimento -
poi regredito e in parte ricompiuto alla fine della seconda guerra
mondiale - è l’irredentismo a costituire, nelle sue drammatiche
contraddizioni, il lievito che porta a quella conclusione e il momento
fondamentale cui tornare per capire lo sviluppo della coscienza
nazionale. Renate Lunzer mette in luce le due opposte anime
dell’irredentismo, o meglio i due irredentismi, radicalmente diversi:
quello nazionalista-imperialista, aggressivo verso le altre nazionalità
e specialmente verso gli slavi, e quello mazziniano, europeista, che
sogna un’Europa fraterna e democratica. A quest’ultimo appartengono i
più grandi scrittori e intellettuali giuliani, i quali combatteranno sui
campi di battaglia l’impero absburgico, ma si faranno mediatori della
grande cultura di quel mondo che contribuiscono a distruggere,
transfrontalieri dello spirito che operano per il superamento di tutte
le frontiere e si trovano a costruire le sanguinose trincee della
spaventosa guerra sul Carso. La tragedia è che l’irredentismo
nazionalista, culturalmente rozzo, uscirà vincitore dal grande massacro
che creerà un’Europa dilaniata, feroce e sempre più fratricida. Gli
irredentisti democratici sopravvissuti scopriranno, alla fine del
conflitto, un’Italia ben diversa da quella che avevano sognato. Biagio
Marin, ad esempio, scopre «il solco» tra la Venezia Giulia divenuta
italiana e l’Italia e la sua delusione giunge al punto di chiedersi, in
una lettera a Prezzolini, «se ho ancora una patria». Si potrebbero
citare molte testimonianze di questi italiani delusi, i migliori
patrioti destinati a scoprire che la Grande Guerra - vissuta quale mito
di fondazione e rinascita della stirpe italica, come ha scritto in un
ottimo saggio Giorgio Negrelli - ha creato un’Europa terribile. Non solo
gli italiani, come ha scritto Walter Chiereghin, ma gli europei in
generale si risveglieranno, da questo sogno, in un incubo. Anni fa Giano
Accame - già direttore del «Secolo d’Italia» e dunque ideologicamente da
me lontanissimo, persona la cui civile e schietta umanità sono lieto di
aver conosciuto - mi diceva, parlando della Grande Guerra, che, se
allora egli fosse stato giovane, certamente vi avrebbe partecipato con
entusiasmo, ma che ora - quando me lo diceva - non era affatto sicuro
che fosse una scelta giusta e anzi ne dubitava fortemente. Pure
l’irredentismo democratico - l’Italia migliore - è stato vittima (e
forse non poteva allora non esserlo) di quel sogno, allora comune a
tutte le nazioni in conflitto, di un’Europa libera e pacifica che
sarebbe nata da quella guerra che si credeva l’ultima e dalla quale si
credeva sarebbe nato un uomo nuovo e fraterno. «Se sarà un maschio,
chiamalo Adam - disse alla moglie incinta, partendo per il fronte, il
padre del futuro storico austriaco Wandruszka - perché da questa guerra
nascerà l’uomo nuovo». Come ha scritto Bettiza, la Grande Guerra è stata
la catarsi di questo dramma. I volontari triestini democratici l’hanno
vissuta con una coscienza progressivamente sempre più sofferta; come
«cognizione del dolore», scrive Renate Lunzer. Molti di quelli che sono
tornati hanno continuato a battersi per la libertà e per la democrazia,
come Giani Stuparich, persuaso di «dover rendere conto a tutti di essere
rimasto vivo», esempio di limpida resistenza morale e di antifascismo.
Il suo romanzo patriottico - forse fin troppo - e risorgimentale
Ritorneranno fu definito, ignobilmente, dall’ex irredentista fascista
Federico Pagnacco «disfattista e anti-italiano», vizi dovuti alla sua
«razza non italiana» in quanto figlio di madre ebrea. Così il fascismo -
esso sì anti-italiano e distruttore della Patria - ricompensa le
medaglie d’oro come Giani Stuparich, fratello di un’altra medaglia
d’oro, Carlo, non più tornato. «L’infelice incontro con la Storia» -
come scrive commossa Renate Lunzer - ha spinto questi figli di un’Italia
migliore - che, scrive Marin, era forse solo una loro esigenza morale -
ad amare l’Italia «nonostante», sferzandone i lati peggiori per renderla
più degna, attirandosi così l’accusa di «anti-italiani», mossa sempre
dagli ipocriti ai puri. Essi hanno continuato a farsi mediatori di
cultura e di legame fra i popoli, a trasmettere all’Italia la grande
letteratura della Mitteleuropa distrutta. Vent’anni più tardi, molti di
essi si sono trovati ad affrontare un orrore più grande, come Ercole
Miani, volontario più volte decorato nella prima guerra mondiale, vice
di d’Annunzio a Fiume, irriducibile militante della Resistenza, che fu
torturato dall’infame banda nazista Collotti, durante l’occupazione
tedesca, senza cedere. L’incisivo, bellissimo libro di Renate Lunzer
dovrebbe forse capovolgere il suo titolo, non Irredenti redenti bensì
redenti irredenti, ossia tutt’altro che salvati dalla vittoria della
causa per la quale avevano combattuto nel ‘15-18, ma ostinati a
continuare a credere in un’altra Italia, sentendosi non solo italiani ma
qualcosa di più. Sono forse loro i numi tutelari di questi nostri
centocinquant’anni di storia.
Quanti furono i delusi, destinati a scoprire che la Grande Guerra aveva
creato un’Europa terribile
L’autore Claudio Magris, scrittore, editorialista del «Corriere», è nato
70 anni fa a Trieste. Germanista, senatore durante la XII legislatura,
ha legato il suo nome ad alcune opere famose: il giovanile «Mito
Absburgico nella letteratura austriaca moderna»; «Illazioni su una
sciabola»; «Danubio»; «Microcosmi»; «Alla cieca» Tutta un’epoca in saggi
e romanzi I grandi temi legati all’epoca dell’Unità nazionale, alle
emozioni che essa suscitò fra gli «irredenti» e alle successive
delusioni, sono già presenti in celebri romanzi come «I Viceré» di
Federico De Roberto (Bur Rizzoli) e «Il Gattopardo» di Giuseppe Tomasi
di Lampedusa (edito da Feltrinelli). Da prospettive diverse scrivono
invece Giani Stuparich in «Ritorneranno» (Garzanti) e Carlo Alianello
con «L’Alfiere» (Osanna Venosa). Il saggio di Renate Lunzer «Irredenti
redenti. Intellettuali giuliani del ‘900», edito dalla Lint, si collega
a un filone storico che comprende un libro famoso di Massimo Salvadori
(«Il mito del buon governo. La questione meridionale da Cavour a Gramsci»,
edito da Einaudi). Da prospettive differenti affrontano il tema
dell’Italia unita le opere di Giorgio Negrelli («L’età contemporanea»,
editore G. B. Palumbo) e l’ultimo lavoro di Giorgio Ruffolo, «Un paese
troppo lungo», pubblicato da Einaudi.
|